Rimini, bruciarono clochard: sono già "liberi" 2 mesi dopo

Resta in cella solo il capo dei "bravi ragazzi" di Rimini che lo scorso
novembre diedero fuoco a un senza tetto. Tre di loro hanno già ottenuto di
andare in comunità. Il ferito è ancora in ospedale

Ingiustizia è fatta. L’aggravante dei futili motivi - che più che futili erano solo tanto abbietti quanto stupidi - vada pure a farsi benedire. I giudici di Rimini ci (ri)confermano quanto valga la vita: poco, pochissimo. Un tentato omicidio, giusto per rompere la noia di una serata brumosa senza discoteca, si paga con due mesi di carcere. E un poco di lavoro travestito da assistenzialismo.

«Bravi ragazzi, in fondo, figli di buone famiglie» quei quattro che lo scorso 10 novembre diedero fuoco a un clochard appisolato su una panchina. Un uomo «senza nome», con un presente fragile e un futuro senza speranze. Si chiama Andrea Severi, 46 anni, pugliese, ma per i magistrati forse più che un’identità questo è solo un dettaglio. Lui, ancora ricoverato in ospedale a Padova per le gravi ustioni che gli ricoprono il 40 per cento del corpo, alla fine sembra nient’altro che un «intoppo». Non ha avvocati, amici, nessuno che abbia urlato a nome suo.

Dicono che non abbia mai voluto accettare la carità. Prendeva la sua vecchia bicicletta e peregrinava tra la chiesa delle Colonnelle e il palazzetto dello sport. Le medicine e un po’ di cibo gliele passava il prete. «Ma lui alla fine voleva sempre restituire i soldi», racconta don Antonio Moro.

I bravi ragazzi, tra i 19 e i 20 anni, che con una tanica lo hanno cosparso di benzina per poi accendere la fiamma, adesso hanno ottenuto gli arresti domiciliari. Andranno in comunità. «Percorso riabilitativo», si dice tecnicamente, la solita scorciatoia che ti libera prima del giusto. L’hanno concordata il pm Davide Ercolani, il gip Lucio Ardigò del Tribunale di Rimini e naturalmente gli avvocati difensori. Tutti più o meno liberi i bulli con licenza di uccidere, tranne uno, il «capo», ovvero Alessandro Bruschi, colui che materialmente appiccò le fiamme al clochard.

I suoi amici, Matteo Pagliarani, Enrico Giovanardi e Fabio Volanti invece escono dal carcere e dovranno prestare servizio in strutture di assistenza sociale, a tempo indeterminato. Volanti lavorerà alla Capanna di Betlemme. Per lui un po’ di nemesi: dovrà badare a una senzatetto affetta dal morbo di Parkinson e non autosufficiente. Pagliarani presterà la propria opera presso il pronto soccorso sociale «S.Aquilina», occupandosi di una persona disabile. Infine Giovanardi lavorerà per la Caritas diocesana di Rimini nella struttura di Madonna della Scala, in qualità di «tuttofare». Dalle pulizie alla distribuzione pasti.

Il senzatetto, lui che da quella notte vive nelle camere asettiche del centro grandi ustionati, resta a margine in questa storia. Ignorato, dimenticato. Come lo era la sua esistenza da fantasma.
Non possono, però, non tornare alla mente le parole di questi «bravi» ragazzi che da domani saranno costretti a convincerci di «essere cambiati». Grazie a un paio di testimonianze e a dei controlli telefonici la polizia qualche giorno dopo riuscì a individuarli. E a intercettarne le chiamate. «Hai visto come ha preso fuoco, come si stava scaldando», diceva uno. E poi: «Che fiammata. Stava dormendo, hai visto che salto che ha fatto?». Cinici, divertiti, strafottenti. Vigliacchi.

Erano incensurati questi balordi camuffati da duri. Dopo l’arresto, il perché di tutta quella violenza lo liquidarono così: «Volevamo soltanto divertici un po’...». Intanto Rimini, la città del divertimento ma anche della solidarietà, si era mobilitata per Andrea. Chiedendo giustizia e sperando fino alla fine che il colpevole arrivasse da lontano. Illusioni, appunto.