"In rimonta ma per vincere serve un miracolo"

Il segretario del Pd Veltroni: "Se avessi
il 7 per cento in più avrei avuto meno preoccupazione, ma la vita
è anche la bellezza del rischio&quot;. Omaggio a Prodi: &quot;Lo ringrazio, è uno statista che ha fatto bene all'Italia&quot;<br />

Roma - Per il gran finale, sul palco di Piazza del Popolo a Roma c’è tutto il magico mondo di Walter: attrici, registi, cantanti, conduttori tv. Ben «settantuno vip» dello spettacolo, annunciano trionfanti dal Pd. Sabrina Ferilli e Stefania Sandrelli, Ettore Scola e Michele Placido, Gigi Proietti e Margherita Buy. Manca Roberto Benigni (ma ha già incontrato Veltroni nel pomeriggio dichiarandogli il suo appoggio), manca Nanni Moretti (ma ha dato il suo endorsement tramite paginata di Repubblica), ma compare l’immarcescibile Pippo Baudo. E naturalmente c’è Jovanotti, che Veltroni abbraccia e ringrazia per avergli regalato la «meravigliosa canzone» che ha fatto da colonna sonora alla sua campagna elettorale: «Mi fido di te».

Niente nomenklatura politica sul palco, e men che meno Prodi: si era parlato di una sua possibile presenza, ma si è dovuto accontentare di un omaggio a distanza da parte di Veltroni: «Ringrazio uno statista che ha fatto bene all’Italia». Ma sotto il palco ci sono ministri uscenti (avvistato in prima fila il neo-adepto Alessandro Bianchi), leader sindacali (Guglielmo Epifani) e parlamentari Pd a decine. C’è anche la pioggia, però. «Stamattina avevamo telefonato al servizio meteorologico dell’Aeronautica e ci avevano detto di stare tranquilli...», geme il regista della propaganda veltroniana, Ermete Realacci. Invece piove, e la piazza stenta un po’ a riempirsi: dal palco ne annunciano 150mila, più tardi a Matrix Veltroni ne evoca un terzo in meno (100mila), i più realistici ne stimano fuori microfono 20mila.

Ombrelli, bandiere del Pd e cartelli con il nuovo slogan appena coniato: «Sono ottimista». Lo ripete come un mantra anche il candidato premier, che è voluto approdare in pullman all’ultima tappa del suo «lungo viaggio elettorale» attraverso l’Italia, «un’esperienza umana da togliere il fiato». E se lo ripetono anche dirigenti e candidati Pd, che dietro le quinte del palco si scambiano sondaggi e previsioni. Con un sogno che non nascondono: non quello di una vittoria troppo difficile, ma quello di un Senato senza maggioranza. Veltroni assicura che il pareggio «è impossibile», visto che i seggi sono 315 «e chi ne ha uno in più governa». Ma i suoi ci sperano eccome. «A Palazzo Madama è davvero possibile che la maggioranza non ci sia, ci sono cinque regioni che ballano», confida il ministro delle Comunicazioni Gentiloni. E allora, spiega uno degli strateghi del loft, «si aprirebbe tutta un’altra partita, e Berlusconi non potrebbe fare il premier». Ne è certo il direttore di Europa, Stefano Menichini: «Vedrete, non ci sarà l’incarico a Berlusconi».

Ed è proprio perché il rischio del «pareggio» al Senato è reale, spiegano, che il leader del Pdl ha «messo le mani avanti con quell’avviso a Napolitano». «Sono ottimista», ripete Veltroni, «la partita è più che aperta», assicura, e il «miracolo» è ancora «possibile». Certo, «se avessi 7 punti in più avrei avuto meno preoccupazioni, ma il bello della vita è il rischio». Il Pd («Per colpa di Casini», dicono al loft) ha difficoltà a sfondare al centro? E allora ci prova a destra, lanciando appelli agli elettori di Alleanza nazionale, che i suoi analisti elettorali hanno individuato come anello debole del Pdl: «Non riesco a immaginare che accettino passivamente di continuare a prendere schiaffi, che si insulti il Tricolore, che si definisca Mangano un eroe, che il Paese venga diviso in due», grida dal palco. E il giorno dopo le elezioni, preconizza, «il Pdl non ci sarà più, si sgretolerà perché è un’alleanza puramente elettorale». Neppure nell’ultimo comizio cede alla tentazione di pronunciare il nome proibito, quello di Berlusconi. E ogni volta che dalla piazza iniziano a levarsi fischi all’indirizzo dell’avversario, lui li ferma perché, «anche se ogni giorno vengo coperto di insulti da chi dice che la metà del Paese che vota noi è “grulla”, io rispetto anche chi vota per gli altri». Ma attacca con durezza un avversario che «non ha rispetto per la magistratura» e neppure «senso delle istituzioni», perché ha «dichiarato irricevibile la mia lettera», quella in cui Veltroni chiedeva «la difesa dell’unità nazionale, il rifiuto della violenza, la fedeltà alla Costituzione e alla bandiera». Quattro punti «che io posso sottoscrivere subito, ma lui no, perché la Lega non vuole».

Lui, assicura, se vincesse manterrebbe l’impegno a «dare la presidenza di una Camera all’opposizione». A sera, intervistato da Mentana subito prima di Berlusconi, Veltroni si dice «contento» della scelta di «andare soli», di aver «chiuso l’esperienza con la sinistra radicale, di non avere più rapporti con Mastella, Dini o Bordon». Ma difende l’alleanza con Di Pietro, di cui Berlusconi «sta facendo un mostro a fini elettorali, invece di rispettarlo».