Il rimorso che non muore

Tutte le volte che sento parlare di eutanasia io ripenso a mio padre. Mio padre è morto tre anni fa, dopo cinquanta giorni di coma. A un certo punto ci hanno detto: ora ce la farà da solo. Hanno staccato le macchine. L'hanno spostato dalla rianimazione al reparto. E lui è morto quella notte stessa. Mi sono chiesto mille volte, e non l'ho mai capito, se quello spostamento fosse stato un errore dei medici. O un atto di pietà. O soltanto la volontà di Dio.
Cinquanta giorni in sala di rianimazione sono una vita. Un'esperienza tragica che aiuta a capire, almeno un po', il dramma delle famiglie che vengono colpite e stravolte da un male, come quello di Piergiorgio Welby. Cinquanta giorni con una porta che separa la tua vita dal resto del mondo, e il presente dal passato, cinquanta giorni in cui il futuro è tutto nell'espressione con cui l'infermiere ti saluta: «Oggi come sta? Un po' meglio? Qualche segno? Niente?». Cinquanta giorni passati a condividere l'angoscia, a incrociare le storie strazianti degli altri parenti, a conoscere particolari intimi di persone che fino a ieri non conoscevi e domani potresti vedere sparire per sempre dietro le tende dell'obitorio.
Ecco mio padre se n'è andato dopo cinquanta giorni così. Abbiamo provato di tutto per cercare di avere da lui ancora un segno, un sorriso, uno sguardo. Quando i medici ci hanno chiesto di mettergli le cuffie per fargli sentire la sua musica preferita noi gli abbiamo messo una partita di calcio del Torino, la sua grande passione. Ricordo che quella domenica il Torino aveva vinto, gol di Pinga e Ferrante. Mio padre, invece, no. Mio padre ha perso. E noi pure.
Quando ci hanno detto che lo spostavano al piano di sotto, che lo toglievano dalla rianimazione, eravamo contenti. Finalmente si apriva quella porta tragica, potevamo vederlo quando volevamo, senza quei camici da sala operatoria e quelle cuffie per i capelli che rendevano gelido anche il più caloroso dei nostri baci. L'hanno spostato in reparto. «Ora ce la fa a respirare da solo, poi vedremo», ci hanno detto. È morto dopo poche ore. Una crisi. Vicino a lui non c'era nessuno dei medici che l'avevano curato.
Da allora non passa giorno che io non pensi a che cosa si poteva fare, o se in qualche modo si poteva evitare. E convivo con un dubbio che solo ora, per la prima volta, confesso anche a me stesso: il dubbio che quella morte, in fondo, fosse voluta dai medici. Come dire? Favorita. Aiutata. Forse non si può chiamare eutanasia, forse non è nemmeno sospensione dell'accanimento terapeutico. Forse è una cosa così, che sta lì nella zona grigia della vita e della morte, che è un modo un po' italiano per risolvere tutti i problemi. Anche quelli dell'esistenza.
I parenti, come al solito, hanno cercato di trovare conforto attribuendo la volontà della morte a mio padre, come se lui avesse voluto togliere il fastidio, evitare il prolungare di un'agonia senza speranza che non dà nulla al paziente e toglie energia a chi lo assiste. Io non credo che sia così. Credo che mio padre, se avesse potuto, avrebbe continuato a vivere. E credo che i medici, spostandolo, l'abbiano lasciato morire. Hanno fatto bene? Hanno fatto male? Non lo so. Mi resta negli occhi la consolazione di mia madre che almeno lì, in reparto, fuori dai rigidi schemi orari della rianimazione, ha potuto passare un'intera notte a parlargli e ad accarezzarlo. E mi viene da pensare che forse una buona morte in una cameretta d'ospedale, con al fianco la proprio moglie, è da preferire davvero a una vita senza coscienza, dove il silenzio è rotto solo dall'insopportabile rumore dei macchinari. Forse è proprio così, forse è quello che i medici volevano. Però, Dio, come mi manca il corpo di mio padre, il suo naso, i suoi occhi. Mi sveglio tutte le mattine con l'angoscia di non saperlo più ricordare. E darei la vita per poter sfiorare ancora una volta il calore della sua mano.