Rimpasto, Unione nel caos Fassino costretto alla resa

Il segretario Ds è costretto al dietrofront. Attaccato dalla sinistra radicale chiede scusa a Prodi: &quot;Meschino pensare che io cerchi un posto al sole&quot;. Ma tra lui e il premier <strong><a href="/a.pic1?ID=205442">è gelo anche al ristorante</a></strong>

Roma - Rob de mat, avrebbe bofonchiato il premier reggiano. «In un momento così, ributtare in mezzo ’sta storia del rimpasto...». Ma chi è causa del suo mal, pianga se stesso. Anche se ora, assieme al Prodi imbarazzato, lacrima pure Piero Fassino per averci creduto. «L’ho fatto con le migliori intenzioni...», non finiva di piagnucolare il segretario tornato chierico (ma aspirante vescovo). Tanto dolente per lo scivolone, Fassino, da continuare a scusarsi e costringere Prodi a stringergli forte le braccia per farlo smettere: «Ma sì, ma sì, ma sììì...».
Non è finita però bene, «’sta storia del rimpasto», che già dal nome evoca i peggiori momenti della Repubblica del mangia-mangia. Parlare del giro di valzer che inopinatamente lo stesso entourage prodiano aveva messo in giro a fine agosto ha dato il via a tutto il circo Barnum di aspirazioni, risentimenti, rincrescimenti. Via Padoa-Schioppa per passare alla «fase due» dell’elargizione, dopo quella del risanamento. Fuori anche Rutelli, per far posto a Fassino vicepremier unico. E giù per li rami, avvicendamenti minori di piccole ambizioni. Tanto che il ministro per l’Attuazione del programma, Santagata, ha dovuto ammettere che dopo la Finanziaria qualcosa «sicuramente si farà, perché la nascita del Pd ricompatta in un partito unico il numero dei ministri ds e dl». Proprio mentre il portavoce di Prodi, Sircana, è corso a smentire pure l’evidenza: «La questione rimpasto non esiste, non se n’è mai parlato e nessuno l’ha mai chiesto».
«Allora non hanno capito il sonoro schiaffo che è arrivato dalla piazza di Grillo», dà il senso della frittata il dipietrista Massimo Donadi. «Pensare di rilanciare l’azione di governo cambiando qualche ministro è bizzarro e fuori luogo, è l’antico rito del valzer delle poltrone». Oltre alla pessima immagine pubblica, non è da sottovalutare il pessimo risultato privato, visto che tutto è partito da Prodi e dal Pd, e tutto ora si rivolge contro. Tanto che il verde Pecoraro Scanio va giù di taglio: «L’unica riorganizzazione che vedo è che il Pd inizi a ridurre il numero enorme di sottosegretari che ha voluto in questa compagine di governo. Li faccia dimettere, così si riorganizza...».
La sparata di Fassino ha ottenuto il risultato di bruciare un progetto caldeggiato in principio dal premier, che chissà se ora si riuscirà a rispolverare a gennaio, a bocce ferme (sempre che la Finanziaria non le abbia fatte esplodere). L’idea nata nei conciliaboli prodiani era stata descritta dal suo consigliere Gad Lerner in un articolo sulla Repubblica del primo settembre. E tendeva a tenere buoni i ministri «ribelli» della Sinistra alternativa, minacciandoli di accrescere il peso politico del Pd dopo le primarie del 14 ottobre. Ma anche a diluire il successo personale di Veltroni, facendolo diventare un «nuovo inizio» per Prodi e compagnia, che sarebbe stata ridotta a sorpresa, così da interpretare una specie di «autoriforma della politica» che ripristinasse un po’ di credibilità del governo.
L’ansia ambiziosa di Fassino, legittimata dai crediti acquisiti nell’abbattimento della Quercia, ha sbagliato i tempi, capovolto il senso e messo a repentaglio delicati equilibri. Persino la Velina rossa ha bacchettato lo sprovveduto, definendo quelle di Fassino «richieste importune» e ricordando al leader che «si è grandi quando si accettano alcuni sacrifici e si mettono da parte le ambizioni personali». Prosa andata di traverso al segretario ds, impegnato ieri a smentire se stesso: «Ancora più inaccettabile è far credere che io abbia dato quella risposta perché alla ricerca di un posto al sole: una volgarità che rivela soltanto la meschinità di chi la scrive...».
Resta il fatto che il governo ora si è chiuso a riccio sulla «delicatissima fase della Finanziaria» e parla sommessamente di «semplificazione» da compiere forse a gennaio. Anche perché, dice Bersani, la squadra è «ottima e abbondante». Soprattutto abbondante: gli alleati sottolineano (dai mastelliani alla Sinistra alternativa) che il Pd oggi occupa l’85-86 per cento dei posti di governo. «Hanno fatto strame del Cencelli», sorride Cesare Salvi, capogruppo della Sinistra democratica al Senato e alfiere dell’unica riforma invocata da tutti: la riduzione dei ministeri a 14 (come diceva la legge Bassanini), e magari la metà dei posti alle donne. «Dimagrire fa bene alla salute, anche a quella del governo», spiega Salvi, allergico a un rimpasto «finalizzato agli equilibri del Pd» e propenso sempre a ridurre i costi e gli sperperi della politica. Ma chissà che alla fine l’unico tenuto a stecchetto non sia, ancora una volta, lo scheletrico Fassino.