Una rimpatriata piena di sorprese

Ammettiamolo: le rimpatriate non sempre funzionano. Ne sanno qualcosa Agnès Jaoui e Jean-Pierre Bacri, pluripremiati sceneggiatori francesi (tra cui Il gusto degli altri) che nella commedia La festa è di là! fotografano con meditata arguzia le ricadute emotive di una cena tra coetanei tesa a trasformarsi, via via che i personaggi svelano le loro più intime fragilità, in un gioco al massacro carico di disillusione. La commedia è ora di scena al teatro della Cometa (fino al 29) nella godibile lettura registica di Siddhartha Prestinari, anche brava interprete del ruolo di Caterina. Regia agile e moderna, che ben mette in rilievo la spigliata aderenza alla vita propria del testo e il linguaggio quanto mai frizzante che lo sorregge facendo leva soprattutto sull’affiatamento della compagnia e sul senso di credibile «umanità» che gli attori sanno comunicare al pubblico.
La scena è fissa: siamo nella stilizzata cucina di Caterina e di suo marito Gianni (Simone Colombari, semplicemente perfetto). Gli invitati siedono di là, in un altrove che non vedremo mai ma che rappresenta il «set» deputato a contenere quanto succede in superficie. Ciò che, invece, capita in profondità avviene proprio lì, in cucina, tra il pesce che brucia nel forno, quintali di sale spolverati sull’insalata, un panettone farcito rimasto miseramente intero. È in questo angolo privato e quotidiano che Giorgio, da mesi ospite fisso della coppia perché in crisi e senza lavoro (lo interpreta l’ottimo Lorenzo Girelli), sfoga la sua rabbia sociale e la sua tristezza «congenita». La cena lo rende insopportabile, perché insopportabile è il dolore che gli provoca rivedere Carlotta (l'incisiva Carola Silvestrelli). Un tempo era la sua fidanzata. A dieci anni di distanza, la ritrova «donna» in carriera sposata (sebbene infelice e fedifraga) a un noto personaggio del piccolo schermo che «rappresenta» l’ospite d’onore, l’amico che «ce l’ha fatta». D’altronde, è proprio la bilancia delle soddisfazione e insoddisfazioni personali quella che qui viene messa in gioco dagli autori visto che tutti hanno cocenti delusioni con cui convivere. Tanto più Caterina, moglie e madre integerrima che, riposte nella serata aspettative fin troppo esagerate, si ritroverà - nervosissima - a tamponare le sue ripetute crisi di pianto. La situazione viene poi ulteriormente complicata dal fratello Fred (il gustoso Alberto Bognanni), un bullo spiantato e irrisolto che semina debiti di gioco ovunque e che, dopo la cena, coinvolgerà l’elegante riccone di turno in un pocker (chiaro momento simbolico di degenerazione) al termine del quale ben poco sarà rimasto come prima. Complici la procace Sharon e una sequela di colpi di scena che è meglio non svelare. Insomma, questo piacevole lavoro sembra un assunto attualissimo della «leggerezza pesante» di Calvino: parla di molte cose scivolando via come neve fresca. E non è un caso che alla fine ce andiamo divertiti ricordandoci però di Pinter («Party time»), di Ayckbourn («In cucina») e di film di culto come «Il grande freddo».