Il rinascimento di Firenze: la parata più difficile di Galli

Giacché lo chiamarono Giovanni, nacque adatto a capire Firenze. Perché Giovanni Galli non è solo passione sportiva e fisicaccio. Nella città di San Giovanni patrono «il portiere» è candidato a sindaco. Conosce a menadito i problemi che devastano Firenze ed è capace come pochi di mescolare incroci stretti di tradizione e innovazione. Memoria e futuro, sono il suo segreto. Giovanni s'incontra con la sua città in tempo reale, e se si va leggeri a chiacchiere nei quartieri popolari, alle Piagge e all'Isolotto, si capisce subito che il portiere «buca» meglio di qualsiasi politicante della parte avversa.
A Firenze ci si appassiona a tutto, si corre sempre a rotta di collo specialmente verso le transumanze della politica. Giovanni no, sta fermo e pronto. Commistioni, conflitti e scambi sono all'ordine del giorno nella città del Biancone, una città che ha una classe di governo molto particolare, con tanta puzza sotto il naso e che si crede padrona di morale e di potere. E il gruppo di potere che governa la città irride spesso Giovanni: è un bravo portiere, certo, ma chissà se riuscirà a parare i gol di Matteo Renzi, il suo avversario. E via così, di battuta in battuta. Gente malata di alterigia, che sbruffoneggia senza aver mai offerto alla città un'amministrazione degna di questo nome.
Accade, a volte, che la politica espressa da una classe dirigente si possa riconoscere meglio, e in forma più compiuta proprio dalla sua assenza o dalla sua negazione. Firenze la si comprende solo se si ha chiaro in mente che da queste parti un solo partito ha guadagnato consenso e consolidamento di potere. Cooperative e banche, posti di lavoro e consorterie di varia natura hanno bloccato per anni la nascita di una alternanza per l'alternativa. Vicende che non sono né nuove né scontate, ma che rischiano di assumere giorno dopo giorno il volto della rassegnazione, un po' come se si fosse in presenza della cronaca di una sconfitta annunciata.
Monicelli descrisse bene Firenze incarnandola nelle macchiette del Conte Mascetti, del Melandri, del Necchi, del Perozzi e del Sassaroli. E se andiamo veloci a grattare sotto la tinta dell'avanspettacolo, scopriremo che Amici miei, con le sue liturgie e le dolci zingarate, è sì l'ordinaria simpatia del popolo di Firenze, ma è purtroppo anche la cifra dell'ordinaria amministrazione della città e della politica di potere del Pd. Come non riconoscere in quegli stereotipi i volti di tanti assessori e sindaci, votati e ri-votati da fiorentini allergici al rischio e piegati alla consuetudine? Come non scorgere nella dissipazione economica e affettiva del conte Mascetti la continua storia dei sindaci fiorentini?
Purtroppo, i fantasiosi assessorati come quelli agli Stili di vita e al Perdono e alla Riconciliazione non son scherzi di Monicelli ma vere beffe di disinvolta contabilità pubblica. Per chi non lo sapesse, Firenze da anni ha la iella di condividere le sorti di una Banda Bassotti che s'infradicia il volto di finta fatica pur di parare i colpi dei disastri della politica che ha partorito.
La storia è lunga. Ci fu un tempo, che nessuno ricorda, in cui Mario Primicerio fu sindaco, erede, si dice, del lucido pensiero del suo predecessore La Pira (che se lo sapesse si rivolterebbe anche lassù). C'è poi Graziano Cioni, lo sceriffo senza stelle, da anni su una sella in equilibrio bipolare tra sicurezza in salsa lavavetri e umanesimo scontato della società della salute, psico-giocattolino tutto toscano di sgabelli e sottopotere. E che dire del triste vicesindaco Giuseppe Matulli, solitario eroe della tramvia, che in pochi mesi è riuscito a collezionare il record di qualche decina di varianti strutturali al progetto originale di una sola linea (sulle altre due non è ancora riuscito a metterci le mani)?
E il sindaco Leonardo Domenici? Be’, sul sindaco dagli occhi belli e dal carattere difficile si potrebbe scrivere un libro di sicuro successo: boxer di periferia e incantatore di solitudini e idee perdute. Disperato, dopo le vicende giudiziarie della zona di Castello, per un futuro incerto, s'incatena a un palo di fronte alla redazione romana di Repubblica. Peccato che non perse le chiavi del lucchetto. Leonardo il Bello è debole con se stesso e, ruggiti a parte, anche con gli altri. La sua giunta si è lacerata a pezzetti in una sorta di scarnificazione della città. Certo passerà alla storia, ma come il peggior sindaco di Firenze. Va in Europa Domenici, peccato, più lontano era meglio.
Ma l'astro nascente del Pd di oggi è Matteo Renzi, sintesi perfetta del potere che si trascina. Il vuoto a perdere di un mercato di periferia, che però nella melma del dissesto si staglia come una meteora piena di luce. È funzionale e liturgico Matteo, chierico devoto al progetto di consolidamento del potere. Le sue promesse elettorali sono come i famosi rotoli di carta igienica, non finiscono mai. Solo gli stolti possono vedere in lui la novità e la rottura. Invece altro non è che un nuovo rito di passaggio del vecchio ingranaggio di sottopotere impaurito da una città in cui cova finalmente la ribellione. Usati all'infinito per coprire l'assenza di prospettiva, i protagonisti di Amici miei diventano tristi e patetici e la risata piena si volge in malinconica amarezza.
Giovanni il portiere guarda, ascolta e aspetta. Davanti alla sua porta ne ha visti tanti correre con il pensiero agli spalti traditi all'ultimo da un piede non proteso all'obiettivo. Sa che Firenze è una città dalla pazienza assurda, refrattaria a farsi trascinare in battaglie frontali preferisce un serrato dialogo sui problemi reali piuttosto che sulle identificazioni. Giovanni è un cittadino. Vive come gli altri lo stupro dei quartieri causato da mostri di cemento armato che ne stravolgono la vita e deturpano il nobile volto di Firenze. Mostri che prendono il nome di «progetti»: parcheggi sotterranei, polo universitario di Novoli, palazzo di giustizia, le tre linee di tramvia. Progetti estemporanei, del cui impatto non ci si è voluti curare.
Giovanni sente la rabbia che monta, l'insoddisfazione che cresce, la sfiducia che prende il posto della trascinante curiosità per il nuovo. Di nuovo del resto s'è visto poco. I mostri di cemento sono solo gli ultimi partoriti da una classe politica impegnata a perpetuarsi nel potere metastatizzandosi in fondazioni e partecipate (Publiacqua per il servizio idrico, Ataf per i trasporti e Quadrifoglio per i rifiuti, i mercati generali e Peretola l'aeroporto di Firenze, Fi Park e Mukki la centrale del latte). Uno scenario che ricorda un vecchio film del regista Francesco Rosi: Le mani sulla città; titolo più che mai adatto a descrivere le sofferenze di Firenze, intercettate dalla malasorte.
Da qualche tempo nel cielo sopra la città capita di sentire gracchiare taccole, cornacchie e corvi. Un'anomalia aviaria che trova ragione nello scombussolamento apportato alle viscere della città e alla fauna sotterranea. Comunità di pantegane e topolini, usciti all'aria aperta per evidente malumore e invasivo rumore offrono cibo fresco gli urbanizzati corvidi. Anche l'ecosistema urbano di Firenze chiede tregua ai mille cantieri disinvolti, alle maledizioni di un'amministrazione dissennata. Ma Giovanni sa che chiusi nella disperazione non si vive. Bisogna imparare a convivere con le ragioni della flessibilità delle idee, della mobilità del pensiero, dei cambiamenti sociali.
Giovanni sa che per governare gli squilibri e le inedite domande sociali che si pongono c'è bisogno di riforme intelligenti, ponderate sulla realtà del viver quotidiano. E i fiorentini, prima o poi, dovranno pur capire che non giova loro votare sempre questi Premi Nobel de' Noantri, maestri dell'Economia del Dissesto e dell'Urbanistica Stracciona e Scoordinata. I volti della politichetta targata Pd non convincono più nemmeno chi li incarna. Giovanni il portiere non perde tempo con loro. Si rivolge invece al popolo di Firenze, alla sua identità. Giovanni non ha fretta, ogni mano che stringe è un voto. Non è percezione, ma realtà che si costruisce giorno dopo giorno. È il tumulto dei Ciompi, uno dei primi esempi di sollevazione popolare per motivi economici e politici, contro il degrado della politica. È Sandro Filipepi, detto il Botticelli con le sue Madonne che son splendide donne. È Cosimo il Vecchio che volle governare senza offendere la libertà comune, tesoro intimo della fiorentinità. Giovanni il portiere è la civicità, espressione di governo della cosa comune, in sintonia e sinergia con il potere del popolo e delle libertà.
Firenze sente il cambiamento, ha voglia di uscire allo scoperto, e tornare a vivere a dispetto delle maledizioni bibliche di Domenici, di Renzi o di Matulli. Non succederà, ma credetemi, se questa volta i fiorentini non capissero, non cogliessero l'occasione di Giovanni Galli, puntando, loro sì, alla sua porta votando il cambiamento e l'alternanza, allora sì farei anch'io come in Amici miei. Me ne andrei alla stazione di Santa Maria Novella a dar manate ai miei concittadini in partenza. È una metafora, non me ne vogliate, è solo il mio desiderio di mutare l'amore in conoscenza. Conosco Giovanni Galli e so quanto può dare a Firenze, questa nostra città che ama come me.
*Coordinatore nazionale Pdl