Rinascimento tra mito e oggettività

Una definizione che riunisce forme d’arte diverse, dalla visione eroica del Mantegna a quella borghese di Memling. Ma in tutti trionfa il nuovo sguardo sulla realtà

Non c’è periodo storico più affascinante del cosiddetto Rinascimento, un termine usato per comprendere i fenomeni letterari e artistici europei dalla fine del Trecento alla metà ed oltre del Cinquecento. Termine bello, ma vago. Per Giorgio Vasari, il primo teorico dell’arte, con le Vite scritte a metà del Cinquecento, la parola alluderebbe al superamento dell’antinaturalismo “greco” del mondo medioevale e alla riscoperta della classicità. Non più Madonne stilizzate bizantine, ma uomo e natura al centro del mondo, dell’arte e della letteratura.
Nel 1860 Jacob Burckhardt, nel suo libro La civiltà del Rinascimento in Italia, riprendendo l’idea di Vasari, delinea la storia del “Rinascimento” dal Quattrocento e Cinquecento toscano, e francese, sino all’Ottocento. L’individuo laico moderno, di stampo illuminista, avrebbe le sue radici nella cultura scientifica, politica, economica e artistica di quei due lontani secoli.
Da allora gli storici hanno portato il dibattito sulla “rottura” o “continuità” tra Medioevo e Rinascimento, sulla predominanza della cultura italiana o di quella d’oltralpe. Ciascun paese ha rivendicato un proprio “Rinascimento”, che ha assunto caratteristiche e nomi particolari, dal Rinascimento italiano al carolingio, dall’ottoniano al nordico a tanti altri. Si è poi distinto tra una prima fase umanistica, di riflessione sui testi classici e una seconda, di pieno Cinquecento, decisamente rinascimentale.
Insomma, sotto il nome di “Rinascimento” possiamo trovare una moltitudine di opere e di artisti, tra loro diversi per cultura e linguaggio. Il padovano Andrea Mantegna, ad esempio, uno dei maggiori maestri dell’Italia settentrionale, vissuto dal 1431 al 1506, allievo di Squarcione a Padova, si nutre di classicità, prendendo a modelli esempi antichi e quelli lasciati tra Padova e Venezia da artisti toscani. Le sue forme nitide ed energiche, battute da una luce cristallina, evocano un mondo eroico e senza tempo, emulo dell’antichità. I ritratti sono statuari, il cardinale Lodovico Trevisan sembra un condottiero romano. I santi, come il San Sebastiano di una splendida tavola conservata al Kunsthistorisches Museum di Vienna, firmata in lettere greche sul pilastro cui si appoggia il corpo muscoloso del santo, è un omaggio alla classicità. L’architettura con archi, colonne, capitelli sono magnifici ruderi trasferiti in un ambiente apparentemente cristiano. A dominare, attraverso sottili citazioni archeologiche, è il classicismo con i suoi miti ed eterna bellezza.
Ben diverso è l’universo del contemporaneo Hans Memling, uno dei più estrosi pittori del Rinascimento fiammingo e tedesco, nato nei dintorni di Francoforte tra il 1435 e il 1440 e morto a Bruges nel 1494. Educato alla lezione dei grandi maestri nordici, come Rogier Van der Weyden e Van Eyck, Memling unisce nelle sue tavole scintillanti le favole grottesche del nord, ancora intrise di medioevo e il sano realismo della contemporaneità.
Nel bellissimo Trittico del Giudizio Universale di Danzica, protagonisti sono diavoli, dannati e beati usciti da repertori medioevali. Ma i volti delicati di Madonne e Bambini, o di anziani e rugosi committenti appartengono al mondo contemporaneo. Il Ritratto di donna del Memlingmuseum di Bruges, datato 1480, immortala una borghese del tempo, graziosa e tirata a lucido, il capo coperto dal tipico velo, le piccole mani inanellate, lo sguardo saggio e pensoso concentrato sul presente: sembra quasi di sentirla parlare, ragionare e preoccuparsi del conto della spesa.
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