Rinascimento: quando i pittori fanno i reporter

Dalle Fiandre a Firenze, gli artisti inseriscono nelle scene sacre o allegoriche le città del tempo con le architetture, gli interni delle case e gli abitanti

Uno dei fascini maggiori della pittura del Quattrocento è quello di poter scoprire la realtà del tempo filtrata attraverso l’occhio poetico degli artisti. Volti di uomini e città tramandati in tavole e affreschi. Masaccio, ad esempio, il grande toscano morto a soli ventisette anni nel 1428 a Roma, forse avvelenato, nella sua breve attività ci ha lasciato opere strepitose come il ciclo affrescato con le Storie di san Pietro della chiesa del Carmine a Firenze. Un’opera che, con grandi prospettive e solidi volumi, inaugura un’epoca nuova, il Rinascimento fiorentino. Ma soprattutto permette di conoscere Firenze negli anni Venti del Quattrocento, con le sue architetture e i suoi abitanti. Ecco, ad esempio, raffigurato nella scena che rappresenta Il tributo, un bell’edificio gentilizio, con archi, porte, finestre, come quelli che creava Brunelleschi. E, sullo sfondo, monti bianchi di neve, con il profilo delle Apuane. Nel San Pietro guarisce lo storpio e La resurrezione di Tabita, vediamo una grande piazza fiorentina con logge e case merlate e tutta la vita che vi si svolgeva: gente affacciata alle finestre, panni stesi, gabbiette per gli uccelli, addirittura una scimmietta legata che cammina sui cornicioni. E poi la gente: distinti signori con turbanti variopinti, mamme con bambini, accattoni, che vivono insieme alla favola sacra. E poi ci sono i ritratti: Masaccio, un bel brunone col naso aquilino e l’occhio torvo, con vicino l’amico Masolino, piccolo e brutto, con cui pare avesse un'amicizia particolare, Alberti, profilo duro e capigliatura a zazzera, Brunelleschi con tanto di cappuccio: il fior fiore dell’intellighentia artistica cittadina, immortalata in un angolo della scena con San Pietro in cattedra.
Ma se guardiamo un prestigioso collega oltremontano, troviamo la stessa quotidianità in terra di Fiandra: interni di cattedrali gotiche e case borghesi, con tutto il loro arredo nitido e scintillante. Nel famoso dipinto con Il cambiavalute e sua moglie della National Gallery di Londra, firmato e datato 1434 da Jan Van Eyck, che vi aggiunge la nota personale «fuit hic» (fu qui), in segno di profonda amicizia, è rappresentata l’elegante camera da letto a Bruges del ricco mercante e banchiere lucchese Giovanni Arnolfini: un magnifico letto rosso a baldacchino, un divano ricoperto dello stesso tessuto rosso, un sofisticato lampadario di ottone, uno specchio tondo in cui si riflettono i due sposi, Giovanni Arnolfini e Giovanna Cenami. E, ancora, cassapanca, tappeto, il solito cagnolino, simbolo di fedeltà, e due begli zoccoli in primo piano, che nei Paesi Bassi non potevano mancare. I due coniugi si danno la mano in segno di eterno amore, due mani sottili e leggere. Ma ancora più suggestivi sono i loro volti: Giovanni ha i lineamenti tipici di un lucchese, il volto pallido, il naso pronunciato e gli occhi piccoli, chiari, astuti. Un grande cappello nero e un ricco manto di pelliccia segnano l’ufficialità della scena: una promessa di fedeltà al momento delle nozze, o del fidanzamento come qualcuno suppone. La delicata Giovanna, anche lei di antica famiglia lucchese, sostiene sul ventre, come una Madonna, il sontuoso abito verde, mentre un velo fiammingo le ricopre l’acconciatura alla moda. Che cosa c’è di più intrigante? Il quadro rivela molto, e noi possiamo immaginare al di là della raffinata porta-finestra la loro vita in quella città del nord.
Altri volti si affacciano nelle splendide tavole di Van Eyck, mercanti, cardinali, anziani committenti, la moglie, Marghereta Van Eyck, raffigurata a trentatré anni il 17 giugno 1439: dura, autoritaria, non bella, agghindata con un sontuoso copricapo fiammingo lavorato con ben sette strati di arricciatura. Povero Van Eyck!
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