La rinascita di Lieberman l’indipendente trasversale

Giuseppe De Bellis

nostro inviato a Hartford (Connecticut)

Stringe una mano. Occhiolino: «Sono vostro». Ora è in posa, alza il pollice destro, sorride e rimette il discorso in tasca: «Esiste un'America dove non conta essere repubblicani o democratici». Si rimette in cammino, Joe Lieberman. Un sorriso e poi in auto, verso un'altra tappa. Scuole, centri commerciali, centri per anziani. Il Connecticut non è grande, ma lui deve vederlo tutto. Giro completo per arrivare al centro. La sua perenne ossessione: in mezzo. Indipendente. Il quarto mandato al Congresso, Joe se lo sta prendendo sulla strada: ogni giorno una città, ogni giorno tre comizi. Senza simboli di partito sulle schede elettorali, qui conta solo il nome: «Sono Joe Lieberman e a Washington lavorerò per voi».
La pubblicità quasi non gli serve, perché il senatore è amico di tutti: 11 punti di vantaggio nei sondaggi senza una macchina organizzativa esterna, senza l'appoggio ufficiale dei comitati elettorali centrali, si prendono solo se la gente crede in te. Il caso Connecticut adesso comincerà a essere studiato: l'8 agosto sembrava la fine. Battuto alle primarie del partito democratico, Lieberman era all'ultima fermata. Stop. L'uomo dell'ultimo miglio al contrario, quello del crollo vicino al traguardo: vicepresidente mancato per 534 voti nel 2000; eliminato in corsa nel 2004, fatto fuori da uno sconosciuto per riprendersi il seggio del senato. Pareva il punto: valigie chiuse e vita privata, superato dal futuro, dal miliardario sinistroide Ned Lamont che chiamano tutti «il privilegiato».
Joe il finito, in tre mesi s'è ripreso la sua America: la raccolta di firme per iscriversi al voto come indipendente, la campagna elettorale, i sondaggi schizzati. Futuro? Eccolo qua. Sempre lui, l'escluso tornato in corsa per sorpassare tutti. Si ricomincia. Il rampante Ned è stato rimesso in castigo, al suo posto di bizzarro personaggio con bizzarre teorie su cui poggiare l'intera campagna elettorale. L'Irak, anche. Indietro anche il candidato repubblicano, Alain Schlesinger. Lamont aveva giocato tutto su questo alle primarie. Lieberman doveva essere punito dal partito democratico per aver appoggiato la campagna in Irak voluta da Bush. Adesso è lui che punisce loro: vince da avversario del suo partito e toglie agli asinelli un seggio che con lui sarebbe stato sicuro. Vince in nome dell'America che vive senza dogmi: politica estera, politica interna, economia, aborto, fede. Trasversale e centrista. È l'America viola, miscela il rosso e il blu dei due partiti principali per scegliere un'altra strada.
Stringe altre mani, Joe: ancora sei anni a Washington. Improvvisa comizi: «Mi dispiace per Ned, può riprovare la prossima volta. L'importante è che abbia un'idea». Le sue, Lieberman non le ha mai nascoste: è da sempre sostenitore delle Forze armate e un interventista in politica estera. Votò «sì» all'intervento nel Golfo nel 1991, in Bosnia nel 1996, in Irak nel 2003. Però è anche un paladino dei valori familiari. Nemico del sesso e della violenza facile nei film e in tv, durante il Sexgate di Clinton non usò mezzi termini contro il presidente: «Il suo comportamento non è solo poco appropriato. È immorale. È nocivo. Dice alle famiglie e ai nostri bambini che questo è un comportamento accettabile, così come fa l'industria dell'intrattenimento». È un moderato, Lieberman: ha una lunga storia di buoni rapporti con gli avversari repubblicani. Il Duemila, il caso Florida, la sconfitta per quel pugno di voti, le accuse di mezzo mondo ai suoi rivali, non l'hanno fatto cambiare: ha continuato a votare al Congresso pensando a quello che credeva. Allora sì alla campagna di Bush contro il terrorismo. Ora spiega: «Il nostro Paese si deve difendere». Applausi: da destra e anche da sinistra. Lui al centro, ancora.
Dietro l'angolo c'è un amico: Michael Bloomberg. Il sindaco di New York ha scelto di stare lontano da queste elezioni: «Sono il capo della città più importante d'America, devo avere buoni rapporti con tutti, non posso dare il mio appoggio a qualcuno in particolare». Tranne che a Joe. L'eccezione: Mike sta con Lieberman e qui in Connecticut ha fatto arrivare un sacco di dollari per finanziare la sua rielezione. Poi ha continuato: ha spedito anche una parte del suo staff, un gruppo di trenta persone che s'è affiancato alla squadra del senatore per mettere Lamont in un angolino.
Bloomberg è un altro che fa innervosire i democratici: era uno di loro, ma è diventato repubblicano perché il suo partito l'ha fatto fuori. Così ha conquistato New York e poi il palcoscenico: la città rimessa in marcia dopo l'11 settembre, la criminalità debellata più di quanto avesse già fatto Giuliani. Mike-Joe è un'alleanza che fa impressione: il miliardario-sindaco-magnate televisivo più importante d'America e l'uomo politico più trasversale del Paese. Ad Hartford hanno un piano da fantascienza che finisce con la Casa Bianca: democratici, repubblicani o indipendenti. C'è odore di terzo partito, forse. Due anni prima è un dettaglio: «Se vuoi votarmi, non cercare sulla scheda un simbolo. Cerca il mio nome».