«Rinato dopo il dolcissimo shock»

Paolo Giordano

da Milano

Quasi quasi non c’è neppure bisogno che si presenti. Il nuovo Omar Pedrini lo riconosci subito dalla luce degli occhi, radiosa, e dagli accenti del suo disco che - qualche volta per fortuna si può ancora dire - è una bella sorpresa: mirato, sospeso a metà tra rock ed elettronica e per di più clamorosamente ispirato. Pedrini, si sa, era l’anima eclettica dei rockettari Timoria ed è un «attivista culturale»: autore televisivo, direttore artistico del Brescia Music Art, docente all’università Cattolica. Nel 2004 è stato azzoppato da un aneurisma aortico che a 37 anni l’ha fatto sentire «un giovane vecchio, come mi aveva definito Bevilacqua». Otto ore di intervento a cuore aperto. Divieto di far musica. Vita in bilico e da ricostruire. Le sue nuove canzoni sono il risultato, sofferto e gioioso, di ciò che è venuto dopo: l’amore della compagna Elenoire Casalegno, di suo figlio Pablo, l’annuncio dei medici che un giorno a sorpresa lo rimettono nelle mani della musica. Tutto il resto è retorica e anche lui ha contribuito a darle un calcio già con il titolo del cd: Pane burro e medicine, come se una battuta bastasse a cancellare il rimbombo sordo delle stanze d’ospedale.
Bentornato Pedrini, come sta nella sua nuova vita?
«Ironizzo su me stesso, come ho fatto anche nel disco. La mia quotidianità è stata per molto tempo fatta di pane, burro e di medicine».
Roba del passato.
«Ma non posso ancora andare in tour, spero per il prossimo anno... Intanto ringrazio la mia casa discografica che mi ha dato la possibilità di incidere queste canzoni, mica è così facile trovare tanta disponibilità».
Questione di follia, forse.
«La follia è una canzone del disco. L’ho scritta pensando all’Elogio di Erasmo da Rotterdam oppure alla nave dei folli dipinta da Hieronymus Bosch. Mi sono fermato tante volte a pensare che una volta quelli ritenuti pazzi fossero radunati su un vascello e mandati alla deriva. Magari non erano poi così matti, magari lo erano quelli che li spedivano a remare. Chissà oggi chi ci finirebbe, lì dentro».
Secondo lei?
«Alda Merini, ad esempio. Oppure il mio maestro enogastronomico Luigi Veronelli. Lui fu definito folle e persino condannato per le sue battaglie. Forse per questo è stato dimenticato troppo in fretta. In vita si sarebbe meritato di diventare un senatore a vita, almeno».
Perciò gli ha dedicato il suo disco.
«Fu il primo a venirmi a trovare pochi giorni dopo l’intervento. Era già malato e mi sono commosso. Diceva che io ero il figlio che avrebbe voluto avere».
Nel cd c’è anche la canzone Ragazzo non avere paura.
«È dedicata a mio figlio Pablo, che ha dodici anni e sta scoprendo la vita: questi sono i miei consigli per il suo futuro. Truffaut diceva che i giovani sono meravigliosi perché tutto ciò che fanno, lo fanno per la prima volta».
«Le tue mutandine che mi fanno morire quasi tutte le mattine»: questo verso di Shock (dolcissimo shock) rischia di diventare un tormentone.
«È una delle tre canzoni che si riferiscono a quando stavo male. In fondo era buffa la mia condizione: costretto a letto e pieno di sensori che monitoravano le funzioni vitali e tenevano la mia pressione bassa per facilitare la guarigione. Non potevo provare alcuna emozione. E quando mi capitava di avere sensazioni piacevolmente più forti, venivo inesorabilmente smascherato dai biip dei macchinari. Ele (Elenoire Casalegno, ndr) ed io ne abbiamo riso tanto».
Ele, come il tatuaggio che ha sulla mano.
«Siamo insieme da cinque anni. Quando mi hanno detto che avrei dovuto essere operato entro tre minuti se no ci lasciavo le penne, un minuto l’ho dedicato a lei. Per spiegarle cosa stava succedendo. E soprattutto per dirle che mi sarebbe dispiaciuto andarmene senza salutare».