Rinforzi a Kabul, sinistra radicale contro il governo

Dopo aver giurato per mesi che non si sarebbe concesso uno spillo in
più alla missione militare italiana in Afghanistan, ora Parisi annuncia l'invio di elicotteri Mangusta, carri e blindati

Roma - Uomini e mezzi. Più esattamente cinque elicotteri Mangusta, otto corazzati Dardo, dieci blindati Lince, più 145 addetti alla guida e alla manutenzionee, più 13 carabinieri per l’addestramento delle forze di polizia di Kabul. Dopo aver giurato per mesi che non si sarebbe concesso uno spillo in più alla missione militare italiana in Afghanistan e dopo aver replicato - anche a brutto muso - alle insistenze Nato per rafforzare i dispositivi militari anche a scopo di protezione, il governo italiano, un tantinello di soppiatto, ha fatto sapere che si cambia linea.
È stato Arturo Parisi che ieri, intervenendo davanti alle commissioni Esteri e Difesa del Senato, ha ammesso che il contingente va rafforzato. «Senza sicurezza, i traguardi raggiunti sarebbero in pericolo», ha detto. Giurando comunque che questa «condizione necessaria» non altera di un filo la nostra presenza nella missione Isaf «e tantomeno le finalità della nostra presenza», cioè missione umanitaria di pace. Non sembra esser riuscito nell’operazione di convincimento della sinistra radicale. Rifondazione e Comunisti italiani si sono sgolati nel reclamare «un immediato ritiro delle nostre truppe», se la sono presa con D’Alema («Dov’è la conferenza di pace che aveva ipotizzato?»), hanno puntato un indice accusatorio contro «la strada senza uscita» in cui si caccia l’esecutivo e hanno protestato contro «il silenzio di Parisi» davanti alle richieste di porre un limite alla nostra presenza militare a Kabul.
Lunga la fila delle accuse. Ma, almeno fin qui, nessuna minaccia aperta alle sorti del governo. I brividi che quotidianamente il centrosinistra già vive al Senato devono aver convinto i compagni di Giordano e Diliberto a non spingere troppo il piede sull’acceleratore. A una crisi, meglio non far cenno. Anche se poi, quando si tratterà di rifinanziare la missione, certi nodi potrebbero giungere al pettine: e infatti la spesa per mezzi e uomini - a parte i 7,2 milioni di euro per predisposizione e trasporto - sarà di 18 milioni e 700mila euro per 7 mesi: e cioè fino al prossimo 31 dicembre. Data oltre cui bisognerà intervenire con nuovi fondi.
Parisi ha comunque premuto a lungo il tasto della sicurezza - non mancando tra l’altro di prendersela con «l’impegno sproporzionato dell’aviazione» fatto dagli americani nella regione che porta a «inaccettabili uccisioni di civili» - come obiettivo primario della decisione. Si tratta di proteggere meglio i nostri soldati in un «contesto ambientale che è oggettivamente critico» anche a causa dell’aumento dell’uso di ordigni fatti esplodere al passaggio delle truppe Isaf da elementi infiltrati dall’estero. Ma ha fatto anche presente come nel complesso spiri un’aria diversa da qualche mese fa, in meglio. «C’è una chiara percezione - ha detto - di un netto cambiamento rispetto al passato e le prospettive future appaiono ancora migliori».
Comunisti italiani e Rifondazione contestano duramente: la Deiana osserva che «i Mangusta sono elicotteri d’assalto», Cannavò parla di «strada senza uscita», Giannini lamenta che il ministro della Difesa abbia evitato di rispondere alle sue domande su quando finirà la missione. Da Bruxelles si fa vivo anche Rizzo per sottolineare come sia «sempre peggio» e «contro la Costituzione». Tace invece il capogruppo di Prc al Senato Russo Spena, che per mesi aveva inveito contro la sola possibilità di impiego di nostri elicotteri. Forse era ancora impegnato nella disamina del voto siciliano. Soddisfatta ma guardinga, invece, l’opposizione di centrodestra. «Meglio tardi che mai...» notano La Russa (An) e Bertolini (Fi). Mentre non son pochi quelli, come Nucara (Pri), che tirano un sospiro di sollievo per l’invio di mezzi di protezione per le nostre truppe. Caustico infine Mantica (An): «Parisi? Sta nel governo sbagliato...».