«Rinuncerei a tutto per riavere papà»

Cristina Cubero

da Barcellona

C apodanno a Rio de Janeiro insieme a suo figlio Joao, Natale nella favolosa residenza della famiglia Assis Moreira a Porto Alegre. I calciatori del Barcellona tornano al lavoro oggi, hanno avuto il tempo di passare le feste in famiglia. Gentilezza del signor Rijkaard. Samba per salutare l'anno che è andato, guidato da «Samba Tri», gruppo gaucho (i brasiliani dello Stato di Porto Alegre), proprio come Ronaldinho. E lo lasciano, ogni tanto, metter mano alla chitarra. La cena: tradizione italiana. Un piatto di lenticchie per assicurarsi successo e denaro nel 2006.
Non ne abusi, Ronaldinho, cerca per caso ancora più fortuna...
(Ride) «Io sempre chiedo le stesse cose: salute per i miei e per me. Salute per continuare a fare quello che faccio, per giocare al calcio e per vivere felice con la mia gente».
Quest'anno è stato speciale: Pallone d'Oro, Fifa World player per la seconda volta consecutiva per non parlare di altri premi. «Ho vinto il campionato con il Barcellona. Questa è la cosa più importante. Se un calciatore non gioca in un grande club, è più difficile ottenere questo tipo di riconoscimenti individuali. Giocare nel Barcellona ti dà una vetrina enorme, ti fa stare di continuo al centro dell'attenzione. Il pallone d'oro mi ha dato una grande gioia, è un trofeo prezioso, è la cosa che ogni calciatore del mondo vorrebbe avere. Ho pensato a tante cose. Ho pensato a mio padre. Lei lo sa: penso sempre a lui».
Ogni gol è marcato, timbrato a modo suo...
«Gli dedico ogni gol. Guardo il cielo e dico, è per te... Mi piacerebbe immensamente che fosse vivo... Quando è morto io ero piccino, ma ricordo tantissimi momenti con lui. Sono quello che sono grazie a lui. Rinuncerei a tutto pur di poter stare con lui».
Sua madre, doña Miguelina si è emozionata quando è salita a prendere, insieme a lei, il trofeo.
«La mia famiglia è tutto. Loro sono stati al mio fianco in ogni momento. Siamo molto uniti, andiamo insieme ovunque, in ogni posto. Senza la famiglia, io non sono niente».
Ronaldinho vive a Castelldefes - lo stesso luogo della costa catalana dove ha vissuto il Fenomeno Ronaldo - insieme a sua sorella, Deisy, che si occupa della sua agenda e dei contratti pubblicitari. Insieme a lui ci sono il cugino Tiago, autista (Ronaldinho non guida) e il suo preparatore fisico Valdmir. Riceve la visita periodica della madre e del fratello-manager, Roberto de Assis, la persona che ha progettato la carriera sportiva di Ronaldinho fino all'ultimo dettaglio. Il suo gruppo di amici si completa con i compagni d'infanzia, del quartiere suburbano di Periquito, dove ha cominciato a giocare quando era piccolo. Geloso della sua intimità, Ronaldinho lascia entrare davvero poca gente nel cerchio delle persone di sua fiducia.
Nel 2005 lei è anche diventato padre.
«È nato Joao e questo mi ha fatto diventare più responsabile. Un figlio ti cambia la vita. Quando posso sto con lui, mi fa passare momenti davvero speciali».
Joao in ricordo di suo padre.
«Sì, come lui. Miguelina, mia madre, lascia Barcellona solo per stare insieme a suo nipote: Diego, il figlio di mio fratello e Joao, che vive a Rio de Janeiro».
Suo fratello ha messo nome Diego al figlio, in onore di Maradona.
«Era pazzo di Maradona. Abbiamo avuto la fortuna di conoscerlo qualche anno fa. Ci invitò a casa sua in Argentina e abbiamo mangiato insieme un asado (taglio tipico di carne cucinato alla brace, ndr). Cominciò a fare evoluzioni con una arancia. È incredibile. Dopo quella volta l'ho frequentato in altre occasioni. Mi ha invitato al suo programma “La Noche del 10”, ma a causa dei miei impegni non sono potuto andare. È un grande. Ma vedrete il mio nipotino. Diego è più bravo di me, migliore di mio fratello che è stato nazionale brasiliano, imita sempre quello che faccio. E ha bisogno di poco tempo per farlo... E gli riesce meglio. Se faccio qualche cosa nel giardino subito vedo che si allontana e prova: una, due, tre volte finché gli riesce e continua a ripetere. Sarà il migliore della famiglia. Ha chiara in testa una cosa: si può migliorare sempre. E lo dico anche per me. Sempre provo a fare cose nuove, giocate nuove. So che devo migliorare per essere il più completo possibile. Per esempio, nel tiro di sinistro e di testa. Lo so, ho segnato qualche gol di testa anche nel Barcellona. Ma questa non è la mia specialità. Allenandosi tutte le cose migliorano».
Quando ha ricevuto il secondo premio Fifa World player lo ha dedicato a tutti i suoi compagni.
«Non dimentico che, senza di loro, io sono nessuno. Nel Barcellona ci sono grandissimi calciatori che fanno in modo che si brilli sempre di più. E abbiamo un grande allenatore, Rijkaard che dà tranquillità, una persona serena che sa esattamente quello che vuole. Si vede che è stato un grande calciatore e che ha giocato in grandi squadre. Capisce benissimo quali sono le esigenze di un calciatore e questo è importante».
Il mondiale le toglie il sonno?
«Mah! Sarà complicato. Tutto il mondo dà come favorito il Brasile, insieme alla Germania, e non sarà una passeggiata. Tutti vogliono battere il Brasile. Come tutti voglio battere il Barcellona. È complicato, è molto complicato. È chiaro che il Brasile è una delle squadre candidate al titolo, sempre. Ma ci sono sempre tante altre squadre candidate, anche per tradizione. Mi piacerebbe vincere il mondiale, chiaro, come no... E così io e Messi, il mio “irmao” (fratello in portoghese ndr), scherziamo immaginando una finale Brasile-Argentina. Ma con gli spagnoli faccio altrettanto e immaginiamo una finale Brasile-Spagna. La verità è che del mondiale parlo poco. Ne abbiamo parlato solo un pochino dopo il sorteggio di Lipsia...».
E l'Italia?
«È dentro il gruppo delle favorite per tradizione. E, alla fine, appaiono sempre le sorprese. Sarà importante che tutti i nostri giocatori arrivino bene al mese di giugno».
Al 2006 chiederà di ricevere il premio come miglior calciatore del Mondiale?
«Chiederei piuttosto di vincerlo, il mondiale. Già ci riuscimmo quattro anni fa e l’impressione fu enorme. La nostra nazionale dà allegria a tutto un popolo, tornare in patria con la vittoria del quinto mondiale è stata una grandezza. Adesso proviamo la “hexa”, altra grande impresa».
Come vede Kakà?
«È un grande. Al Milan ha un ruolo importantissimo. Il nostro rapporto è molto buono. Siamo entrambi ambasciatori dell’Unicef, contro la povertà, e dopo il mondiale giocheremo una partita in Brasile per raccogliere fondi che promuovano questa iniziativa. Noi, che guadagniamo tanti soldi, dobbiamo fare quanto possibile per aiutare chi ha bisogno».
Dida è un portiere ancora indiscutibile?
«Io dico di sì. E non dicano che il Brasile non crea grandi portieri. Dida e Julio Cesar, immaginate voi. Se giocano nelle grandi squadre di Milano, qualcosa di buono avranno pure... Succede, però, che i ragazzi brasiliani vogliono tutti essere attaccanti e segnare gol, e per questo i nostri laterali attaccano tanto...».
Nike ha lanciato una linea di prodotti speciali per lei. Lo slogan è «jogo bonito».
«Rappresenta la sensibilità del calcio brasiliano. Ma lo sappiamo bene, sappiamo che facendolo solo bello non si vincono le partite. Molte volte criticano i nostri calciatori per aver fatto una “rabona”, una “espaldinha”, un cucchiaio, però in certe occasioni è più facile farlo così. Sa che a me piace fare assist senza guardare, questo non è solo spettacolo, è una cosa concreta perché soltanto i miei compagni sanno in ogni momento che cosa faccio. Per questo parlo sempre della squadra, perché se giochi con calciatori che non capiscono, che non insistono a parlare la lingua del calcio, allora non si fa nulla».
Segue il calcio italiano?
«Chiaro! In casa la televisione trasmette sempre qualche partita. Ed è vero che trascorro molto tempo a giocare con i miei cani, Negrao e Palla di fuoco, e a cucinare churrascos con amici. Ma ci sono giorni in cui ho voglia di vedere partite di calcio piuttosto che altro. Ci sono giorni che mi piace più giocare alla play-station con Motta, Belletti, con Deco. Poco tempo fa ho interrotto il record di partite vinte consecutivamente da Emerson, proprio con la nazionale. Devo riconoscere che Emerson è il Re. E vince sempre. Però nell'ultimo viaggio della Seleçao l'ho battuto. E la cosa più divertente è che io non giocavo con la mia squadra, ma con l'Inter. E lui con la Juve. Ho vinto 3-1 con i gol di Adriano e Figo».
Come vede il Barcellona in Champions League?
«Abbiamo la possibilità di ripetere l'esperienza dell'anno passato con il Chelsea, senza però commettere gli stessi errori. È un confronto duro ma bello. Tutti, in squadra, siamo consapevoli che dobbiamo giocare ad un ritmo alto e che, se ci rilasseremo, le cose non andranno bene. Il Barcellona ha bisogno di giocare con intensità. Bene, deve passare con qualsiasi grande. Sappiamo che comunque non abbiamo ottenuto niente finora».
Confessi, il video della Nike è un montaggio (colpisce ripetutamente la traversa con la palla che torna sempre indietro allo stesso posto)?
«Crede che sia capace di farlo? Diciamo di sì (ride ndr.). Adesso ho la fortuna di partecipare ad un altro progetto divertente. Il disegnatore di fumetti Mauricio de Souza ha realizzato un cartone animato con la mia immagine e devo dire che, sinceramente, sono eccezionali. Al Barcellona da tempo vengono realizzati i “Barçatoons”, disegni animati per presentare ogni partita, tanto che mi sono abituato a vedermi così».
Un desiderio per questo 2006 appena iniziato?
«Chiedo solo salute. Se ho salute potrò far felice molta gente. Io so che il calcio fa felice la gente, vedo la faccia dei tifosi, sento che mi vogliono bene, che porto allegria come un contagio. Ma senza la salute non posso fare niente. Dico sempre che la mia fidanzata è il pallone e, è certo, passo molte più ore con lui che con altri. Però senza salute non sono nessuno. Non ho avuto infortuni nella carriera, piccoli problemi muscolari, e questo è il fatto più importante. L’unica cosa che chiedo è la salute per i miei cari: perché sono loro quelli che mi fanno essere felice».