Da Riotta a Minoli, ecco i maghi nell’arte di stare sempre in sella

Riescono a sopravvivere a ogni cambio di stagione politica, con un mix di abilità e opportunismo

da Roma

Chiamateli pure «Gli inaffondabili». Se è vero che siamo entrati nella Terza repubblica con una selezione darwiniana spietata che ha mandato a casa almeno un terzo della vecchia classe dirigente (ed è indubbiamente vero), è altrettanto sicuro che quelli che sono sopravvissuti sono più corazzati, più forti, più determinati di prima. E non c’è dubbio che quelli che resistono ai «cambi di stagione» malgrado abbiano un’identità politica opposta al nuovo potere, meriterebbero di essere studiati in laboratorio, per la loro capacità di scampare al cataclisma ed adattarsi al nuovo ecosistema politico.
Il primo caso di scuola? È indubbiamente quello di Gianni Riotta, l’inossidabile direttore del Tg1 che proprio al «cambio di stagione» aveva dedicato il suo primo libro di racconti. E che partito con una designazione prodiana di plateale trasparenza, è riuscito a restare – non è accaduto a molti – anche nella manica del suo antico amico Walter Veltroni, che ha fatto della sua permanenza alla guida del primo telegiornale italiano un asse portante della strategia di «shadow opposition» del Pd. Veltroni è convinto che Riotta sia una baluardo dei delicatissimi equilibri di convivenza a viale Mazzini, al punto che ha sopportato il sacrificio del Tg3 (espropriato del suo Primo Piano), ma ha fatto capire che per Gianni non transige. Riotta moderò Veltroni alla Festa de l’Unità, e quella sera esordì dicendo che si sentiva «a casa». Poi citava come una onorificenza da appuntare sul petto il suo carteggio con l’ex sindaco di Roma pubblicato a suo tempo dall’Unità, agli albori della rete. Lui era in America, dall’altra parte dell’oceano, e qui in italia, a chattare emozionato, ovviamente c’era Walter. I due avevano persino una lingua comune, un alfabeto culturale condiviso molto americanofilo, una passione per il buonismo e per le camicie botton down che ne faceva i due gemelli siamesi del centrosinistra.
Al Tg Riotta ha esordito in maniche di camicia, dopo il voto ha messo a punto un notiziario molto papa-boy (il Tg2 di Mazza al confronto è un house organ ghibellino) e sabato ha fatto bingo con una intervista esclusiva a George Bush che era una messa cantata per il Cavaliere. Un genio del cerchiobottismo, non c’è che dire. Un autentico mago del sugherismo galeggiante di lungo corso. I bookmakers sono convinti che ce la farà. Ma se Gianni ha strambato divinamente, in corsa, Chicco ha scommesso ante-litteram. Chicco, ovviamente è Chicco Testa, ex deputato del Pci, ex amministratore dell’Enel nella prima era geologica ulivista, e soprattutto super-ambientalista forgiato nella fucina ecologista di Legambiente. Ebbene, ben prima del voto, Testa ha scritto un pamphlet per la Einaudi di Andrea Romano, un saggio pensato, sofferto e persino para-biografico, in cui spiegava di essersi sbagliato, di aver ceduto ad alcuni dogmi verdi, che adesso è necessario «tornare al nucleare». Insomma, il più noto supermanager ulivista, preparava il terreno alla più netta svolta di politica energetica del governo Berlusconi. Scajola ha iniziato a ragionarci ora, lui ha spiazzato tutti pensandoci ben sei mesi fa. Un mossa strategica che lo sottrae a qualsiasi sospetto di improvvisazione gattopardesca, e lo inserisce nel novero di quei commis d’État che in Francia sono i pilastri dell’era Sarkozy, come il suo compagno di partito Franco Bassanini, che collabora con il governo di centrodestra in Francia senza che nessuno si azzardi a criticarlo. Sempre dal laboratorio romano, arriva un altro fenomeno interessante nel settore degli inaffondabili, quello di Gianni Borgna, presidente dell’Auditorium. Il suo amico di una vita, Goffredo Bettini, si mette a capo della campagna di Veltroni, ma prova fino all’ultimo a sopravvivere anche nell’era Alemanno come presidente della Festa del cinema. Lui mette a disposizione il suo mandato, ma i primi a pregarlo di restare sono gli intellettuali della destra radicale più vicini al nuovo sindaco, a partire dall’ascoltatissimo Giano Accame. C’è chi sopravvive per eccesso di scaltrezza, Borgna resta in sella per eccesso di candore.
E che dire di Sandro Curzi? Lui è sempre lì, con la sua inseparabile pipa, una icona di riferimento di viale Mazzini, chi potrebbe mai sradicarlo? Lui, che era considerato il padre di Telekabul, lui, che in una passata legislatura riuscì persino a diventare il numero uno del Cda al punto che il centrodestra cercava un novantenne che potesse sopravanzarlo per anagrafe e sostituirlo (ovviamente senza riuscirci). Proprio lui, che era spesso accusato di essere un uomo di partito, che ha iniziato diessino, che ha proseguito bertinottiano, si è riconvertito in un batter d’occhio nei panni sacrali del padre nobile aziendale, ha persino accusato i ribelli del Tg3 di aver lanciato «un messaggio inaccettabile», con il video di protesta per la soppressione del loro spazio di approfondimento di Primo Piano. Un padre Crono che divora i suoi figli in nome della ragion di stato di viale Mazzini. Sugherone è anche Paolo Mieli, che fu l’uomo dell’endorsement, ma che ha cambiato marcia anche lui in tempi non sospetti, al punto da potersi permettere un editoriale su Berlusconi, che concedeva la caratura di gesto epocale alla discesa in campo del leader di Forza Italia. E Fantasticamente galleggiante, malgrado lo scenario in cui si agita, è Antonio Bassolino, che si è trovato ripudiato dal suo partito in campagna elettorale (al punto da non poter salire sul palco al fianco di Veltroni), e che subito dopo il voto - lui sì con un riflesso aquilino! – ha subito lanciato messaggi di pace al Cavaliere, con una intervista che aveva come epigrafe l’immaginifica dichiarazione di stima per il Cavaliere: «chapeau». Ancora diverso il caso di Gianni Minoli, craxiano ai tempi di Craxi, prodiano in quelli dell’Ulivo, veltroniano al punto da segnalare la capolista del Pd nel Lazio, Marianna Madia (sua collaboratrice) e adesso agostiniano, non nel senso teologico, ma in omaggio ad Agostino Sacca. Qualcuno aveva considerato un reprobo l’ex direttore di Rai Fiction, lui lo ha sdoganato senza esitazioni: è un grande professionista. Ma lui si sente coerente, perché mentre il mondo gli girava intorno, lui è rimasto sempre indubitabilmente «minoliano».
Segnatevi i loro nomi, per verificare che al prossimo cambio di stagione siano ancora in sella. Perché anche il permanere con dignità è un talento che richiede elementi di genio.