Al riparo dall’inflazione e i soldi sono al sicuro

La scelta più prudente a disposizione dei risparmiatori per arrotondare la pensione sono le linee «obiettivo Tfr». Queste si pongono l’obiettivo di realizzare, con elevata probabilità ma non con la certezza e nemmeno la garanzia, rendimenti che siano almeno pari a quelli del trattamento di fine rapporto (Tfr). Tutto questo in un orizzonte temporale pluriennale, che consenta di soddisfare le esigenze di un risparmiatore che vuole rischiare molto poco: non a caso i flussi di Tfr conferiti tacitamente (cioè quelli che scattano dopo sei mesi dall’assunzione senza che l’interessato esprima una decisione in merito a dove destinare il proprio Tfr) confluiscono in questo comparto.
Il rischio assunto sottoscrivendo questo tipo di linea è basso ma anche il guadagno che si può realizzare è tendenzialmente poco al di sopra dell’inflazione: si può stimare infatti un rendimento netto annuo del 2,80 per cento.
A questo scopo il gestore investe principalmente in titoli di Stato e obbligazioni di primari emittenti con grado di affidabilità elevato, e solo in piccola parte (di norma mai più del 10% dell’intero portafoglio) in azioni. Inoltre, per ridurre ancora il «pericolo» insito a qualsiasi forma di investimento, il gestore provvede alla copertura del rischio di cambio in modo da evitare che le oscillazioni dei titoli in portafoglio in valute estere possano procurare delle perdite. Le linee «obiettivo Tfr» sono strumenti che possono essere utilizzati da qualsiasi lavoratore sia giovane sia prossimo all’età pensionabile: da un lato, infatti, permettono di sostituire le prestazioni che si otterrebbero mantenendo il Tfr in azienda e, dall’altro, assicurano tutti i vantaggi fiscali e contributivi previsti per chi aderisce alle forme previdenziali integrative. Tuttavia, sembrano più indicate per un lavoratore molto vicino alla pensione che desidera non mettere in alcun modo a repentaglio le somme accantonate per la previdenza integrativa.
Vediamo un esempio pratico. Un lavoratore di 55 anni che guadagna 40mila euro lordi annui e che andrà in pensione fra sette anni a 62 anni con uno stipendio lordo di 50.200 euro, dovrebbe percepire una pensione di 34.200 euro (pari al 68% dell’ultimo stipendio); se oggi aderisce al fondo pensione di categoria con il versamento del Tfr (6,91% dello stipendio annuo) e con un ulteriore versamento di tasca propria dell’1,50% sullo stipendio annuo (ovvero 600 euro) a cui si aggiunge il contributo del datore di lavoro di un altro 1,50% (altri 600 euro annui) arriverà a coprire il 72,9% circa dell’ultimo stipendio. Per raggiungere il 75% dell’ultima retribuzione, il lavoratore deve invece incrementare il proprio versamento personale fino al 5,50% dello stipendio annuo: in pratica 2.200 euro all’anno (invece dei 600 ipotizzati in precedenza).
Qualora accettasse di correre un alto rischio, come quello tipico delle linee azionarie, per coprire il 75% dell’ultimo stipendio (sommando la pensione pubblica e quella integrativa) dovrebbe versare (oltre al Tfr e al contributo del datore di lavoro) il 4,5% del suo stipendio lordo annuo ovvero 1.800 euro (invece dei 2.200 della linea «obiettivo Tfr»).