Riparte da Milano il dialogo tra israeliani e palestinesi

La pace in Medio Oriente talvolta passa da Milano. Era già accaduto nel 1989, quando le delegazioni del Likud e di Al Fatah si incontrarono per la prima volta proprio nel capoluogo lombardo. Quello storico disgelo permise di avviare il processo che sfociò negli accordi di Oslo.
Oggi le prospettive in Palestina appaiono cupe. Da quando Hamas ha vinto le elezioni nessuno parla più di pace, certo non nel breve e nemmeno nel medio periodo, ma ancora una volta Milano diventa il crocevia della speranza. Come 18 anni fa, anche oggi è il Centro italiano per la Pace in Medio Oriente (Cipmo) diretto da Janiki Cingoli a prendere l’iniziativa, in collaborazione con la Regione Lombardia, la Farnesina e il Comune di Milano.
Ieri mattina una decina di israeliani e palestinesi ha iniziato a parlarsi a porte chiuse in una sala del grattacielo Pirelli, messa a disposizione dalla Regione. Eventi del genere un tempo erano ricorrenti, ora sono rarissimi e certo inimmaginabili in Israele o in Cisgiordania. Per parlarsi bisogna incontrarsi altrove. E allora Milano. Il colloquio doveva restare segreto, tale è rimasto fino a ieri mattina. Nessun giornalista nei paraggi, tranne noi de il Giornale. E una volta scoperti, gli organizzatori e entrambe le delegazioni, composte da deputati, esponenti politici e intellettuali di spicco, hanno deciso di non negarsi. «Hamas non ha accettato di partecipare - spiega Cingoli - mentre gli israeliani erano pronti a incontrare personalità vicine al movimento integralista». Ma questa assenza non pregiudica il confronto. Al contrario. «Incontri come questi generano dinamiche che raggiungono rapidamente i vertici del Paese e questo grazie all’autorevolezza dei partecipanti, come è già accaduto in passato», aggiunge il direttore del Cipmo. Insomma, da una parte il premier Olmert e dall’altra il presidente Abu Mazen e, nonostante tutto, il premier di Hamas, Ismail Haniyeh, sono all’ascolto.
D’altronde il momento è cruciale: i palestinesi hanno appena varato un governo di unità nazionale con Fatah e Hamas; mentre tra pochi giorni i leader dei Paesi arabi si riuniranno a Riad. La tempistica è perfetta. «È un’occasione da non perdere», dichiara il capo delegazione Riad Malki, direttore di Panorama, il centro palestinese per la promozione della democrazia. «Fino a pochi giorni fa Hamas poteva presentarsi all’opinione pubblica interna come una vittima del boicottaggio della comunità internazionale. Il gioco è riuscito: la popolarità del movimento è rimasta alta». Ma con il nuovo governo casca l’alibi: «Anche loro dovranno prendere decisioni impopolari, dimostrare quanto valgono». E in questo contesto «i moderati possono tornare a far sentire la propria voce».
Costruire ponti, «per far cessare un conflitto che danneggia tutti, anche noi europei» rileva Robi Ronza, delegato del governatore Formigoni per le Relazioni internazionali. Da parte israeliana l’invito viene subito recepito. «Questo incontro permette di ripartire su nuove basi - commenta Amira Dotan, deputato di Kadima, il partito del premier Olmert -. Oggi nessuno crede più che la pace sia a portata di mano, ma siamo nella fase in cui si può ricreare un clima di tranquillità e dunque di comprensione reciproca». La Dotan ritiene che le similitudini tra israeliani e palestinesi siano molto più numerose di quanto si pensi. «La spaccatura non è tra noi e loro, ma tra estremisti religiosi e moderati, nello Stato ebraico come nei Territori». Una battaglia comune, al di qua e al di là del confine. «Noi israeliani in sessant’anni siamo riusciti ad arginare l’influenza delle frange più fanatiche, i palestinesi possono fare altrettanto», aggiunge. «Il principio dei due Stati è implicito e oggi la terra è meno importante rispetto al passato: contano molto di più i valori, l’impegno internazionale, la difesa della democrazia».
Tutti ritengono che il piano della Road Map, promosso da Bush nel 2002, debba essere perlomeno sospeso. I palestinesi sono persuasi che il confronto tra moderati e oltranzisti all’interno di Hamas stia per giungere a una svolta. «Il premier Haniyeh capirà che anche a lui conviene neutralizzare i gruppi armati nei Territori», assicura il palestinese Malki. Meno propaganda, più realismo. Cingoli è convinto che ci sia spazio per nuove iniziative anche in Europa, come in questo primo week-end di primavera a Milano, lontano dalle tensioni del Medio Oriente.