Ripartiamo dal liberismo solidale

Carlo Taormina*

L'autodifesa che Mario Monti ha pronunciato dalle colonne del Corriere della Sera di domenica scorsa è meno convincente delle tesi con la quale egli ha movimentato il dibattito politico del mese d'agosto, rilanciando l'idea di un «grande centro» come alternativa all'attuale bipolarismo. Le sue riflessioni suppletive, comunque, sono utili per approfondire ma anche per seppellire un problema inesistente.
Monti evoca i politologi che, da Galli della Loggia a Paolo Franchi, passando per Angelo Panebianco, vennero in suo soccorso, in realtà affossando la sua proposta col decretare la irrinunciabilità al bipolarismo e col teorizzare la preferenza per un sistema nel quale ciascuno dei poli abbia il suo «centro», ed auspicandone persino il rafforzamento. Monti mostra di non aver imparato la lezione, se continua a proporre un «partito di centro liberale», una «grande coalizione temporanea» o un polo che abbia «l'appoggio» di una parte di quello «antagonista». Tutte cose utopistiche, naturalmente alternative, guarda caso, alla ricandidatura di Berlusconi come leader delle forze anticentrosinistra, ma soprattutto non fattibili senza un «grande centro», somma di quelli attualmente esistenti, che tutti i grandi commentatori politici prima ricordati avevano bocciato.
Non deve essere considerata una fissazione quella di riflettere su questo tema perché grande è il pericolo di una sbandata della politica italiana così attraversata da pressioni e da esasperate critiche per la difficoltà della situazione attuale al punto che potrebbe guardarsi alla abrogazione del sistema di oggi come ad una sorta di liberazione. Occorre essere, invece, molto forti e fermi, perché è vero, come dice Monti, che talvolta le affinità di strategia o di impostazione sembrano emergere più tra componenti dei poli avversi che tra quelle dello stesso polo, ma il fenomeno è più apparente che reale. E lo è proprio nel settore e dall'angolo visuale che nella logica di Monti dovrebbe far da catalizzatore dei poli tra loro contrapposti: le visioni intorno alle politiche economiche.
Non è vero che in entrambi gli attuali poli, come ancora vorrebbe Monti, così mostrando di essere un nostalgico del «vecchio centro» e del consociativismo, sarebbero presenti «visioni economiche eterogenee e talora antitetiche», come dire che statalismo e liberismo si intreccino ovunque tra loro. È vero, invece, che questa è un'apparenza che il rigore scientifico imporrebbe di denunziare e non di cavalcare strumentalmente. Il fatto è che l'economia di mercato, dopo la caduta del muro di Berlino, ha conquistato il mondo ed è stato inevitabile, per catalizzare consensi elettorali, che i partiti portatori di idee economiche stataliste facessero di necessità virtù, dandosi una parvenza di apertura al liberismo, ma rimanendo nella loro struttura arroccati sulle vecchie posizioni e tessendo una trama per rinverdirle. Se Bertinotti, una parte dei Ds e i comunisti di Diliberto tornano a predicare l’abolizione della proprietà privata, sembra che ci sia poco da sperare. Il «loro» liberismo è un falso vestito. Nella Casa delle Libertà questo non accade perché anche componenti come Udc e An, nelle quali è fortemente sentita la cifra sociale delle politiche economiche, hanno al loro fondamento il liberismo, da cui programmaticamente intendono partire per rispondere alle esigenze della collettività.
Non è dubbio che l'economia di mercato debba coniugarsi con il soddisfacimento di tali esigenze ma questo non conduce al «meticciato» propugnato da Monti nel quale sarebbe difficile capire quale sia l'elemento fondante dell'economia di un Paese. La Costituzione Repubblicana è contraria alla confusione e impone rispetto della proprietà privata e della iniziativa economica ed è quindi contro la Costituzione tutto ciò che ruota intorno ai proclami bertinottiani. È, per altro verso, la stessa nostra Carta fondamentale ad imporre, all'art. 2, «doveri inderogabili di solidarietà sociale», ma sulla premessa del liberismo economico. In questi anni si è dedicata poca attenzione a dare solide basi e soprattutto concretezza ad un liberismo solidale, capace, cioè di ripudiare realmente la logica assistenzialista e di sovvenire le fasce meno fortunate incentivando le potenzialità individuali e non è dubbio che questo debba essere l'impegno per l'immediato futuro, se si vuole che l'economia di mercato si affranchi dall'accusa di essere pratica dei ricchi e mostri, invece, quanto ben più nobilitante sia l’esaltazione della persona per sollevarla dal bisogno, contribuendosi così ad evitare che diagnosi come quelle formulate da Mario Monti possano attrarre così tanto l'attenzione.
A me è parso che il dibattito attivato da Monti, per dare una spallata di cartone alla leadership di Berlusconi obbedendo ad un mandato preciso e persino confessato, è stato attraversato da un solo lampo di genialità, quando Sandro Bondi ha tagliato corto dicendo a tutti, antagonisti ed alleati, che le anatre starnazzanti di un'estate agli sgoccioli, possono e debbono essere zittite dai due maggiori partiti italiani: Forza Italia e Democratici di Sinistra.
*Avvocato e deputato di Forza Italia