Ripartire dal Ppe per sconfiggere Prodi e la sinistra

Giuseppe Gargani*

Il convegno di Gubbio quest’anno ha avuto uno spessore diverso e una maggiore consistenza, perché quando si è all’opposizione le idee diventano immediatamente più vive e vitali. Quando si perde per così poco le cause della sconfitta si evidenziano con facilità; è appena il caso di rilevare che se le liste elettorali avessero rispettato il territorio inserendo i candidati legati al territorio, avremmo avuto una risposta più adeguata da parte degli elettori.
Ma ora bisogna guardare al futuro. La parità di voti dei due poli in competizione vede tutti vincitori e tutti perdenti, e così è. Questa realtà non è nuova nella storia anche recente del nostro paese: negli anni ’70 l’onorevole Moro dovette constatare che sia la Dc che il Pci risultavano vincitori alle elezioni politiche e due vincitori a suo giudizio creavano uno squilibrio per la democrazia nel paese. Così fu allora con le conseguenze tragiche che conosciamo.
Come allora anche oggi vi sono due vincitori, con la differenza che con una situazione politica diversa e con una legge elettorale diversa, forse la parte perdente ha vinto e la parte vincente ha perduto, perché per la sua composizione e la sua natura non è in grado di governare. Come allora anche ora paventiamo uno squilibrio nel rapporto democratico perché si governa con il consenso e quando un sistema è bloccato e selvaggiamente in contrasto non si ha il consenso adeguato e necessario.
A mio parere in presenza di questa situazione niente può restare come prima e per quanto ci riguarda di fronte ad una crisi reale della Casa delle libertà è necessario individuare una linea politica diversa, e di prepararla per le future battaglie. La nostra funzione cambia come partito di opposizione che deve riuscire a mettere il governo in contrapposizione con i ceti sociali, come sta accadendo in questi giorni con la Finanziaria.
Bisogna dunque inventare una nuova strategia, e per questo è opportuno ed urgente superare l’esperienza come tale di Forza Italia per andare più avanti e fare un partito che se non può essere unitario è capace di mettere insieme tutti quelli che credono in alcuni valori e nel contenuto politico diverso per organizzare una società dove lo statalismo risulti archiviato e il pluralismo istituzionale e sociale venga valorizzato per una discontinuità sociale.
Berlusconi deve fare un appello ai cattolici, ai moderati, ai laici a quelli che aspettavano e aspettano una alternativa ad un governo di sinistra, per fare un partito più forte e una coalizione più forte e efficiente. Questo governo è fortemente condizionato da quei radicali che una volta si chiamavano massimalisti e che hanno appunto esasperato il loro radicalismo, e ha questa anomalia che deve patire e consumare fino in fondo. Non c’è in Europa e forse nel mondo un governo condizionato dalla estrema sinistra a meno che non si tratti di governi «rivoluzionari».
Il governo è sempre un punto di equilibrio e di mediazione e non può che essere composto da moderati: il moderatismo ha una storia ed una sua consistenza che non può essere trascurata. Non è il conservatorismo che rifiuta il nuovo e si chiude nel passato: il «moderatismo» è il contrario del «massimalismo» radicale che anima il governo Prodi, in assenza di una cultura «popolare» di centro che doveva essere rappresentata dalla Margherita.
Un partito cattolico e liberale come Forza Italia deve avere un riferimento di valori alternativo alla sinistra europea: non si può aderire al Partito popolare europeo solo formalmente ma sostanzialmente con tutta l’anima: è necessario mettere in moto il motore della sezione italiana ed essere intransigenti su questo, decisi a costruire questo tipo di partito allargando l’orizzonte e le adesioni.
*Parlamentare europeo di Forza Italia