Il ripensamento di Amicone: «Ecco perché non mi candido»

Il direttore di «Tempi» spiega il dietrofront: «Non voglio disperdere il voto»

Il «non mi candido» è arrivato per lettera. Lì, sull'ultima pagina del Foglio, dove Ferrara veste di rosso il suo elefantino e dialoga con amici e nemici. Luigi Amicone, dirigente di Cl e direttore del settimanale Tempi, ha scritto e spiegato perché la sua battaglia contro l'aborto si ferma a pie' di lista. Non segue Ferrara nell'arena elettorale. È una diserzione affettuosa, in amicizia, piena di stima. È una scelta politica, è l’idea di non voler «disperdere il voto» e di continuare la lotta per la vita una volta che il centrodestra avrà vinto le elezioni. Ma per il momento il risultato non cambia. L'uomo di Comunione e liberazione fa un passo indietro.
Ferrara ci è rimasto male?
«No. La chiarezza è sempre una virtù. E prima di ogni altra considerazione voglio sottolineare il massimo affetto che nutro per lui».
Certo, ma sulla moratoria ha cambiato idea?
«Non direi proprio, io continuo a condividere la grandiosa battaglia che sta portando avanti Giuliano Ferrara...».
Ma?
«Ma io devo rendere conto al mio popolo. Si può condividere la battaglia di Ferrara, ma avere una valutazione diversa sull'opportunità politica della scelta».
Che cosa vi divide?
«Quello che ci divide, politicamente parlando, è questa indicazione a non disperdere il voto. Temo che al Senato ci possano essere problemi. Il Popolo della libertà vincerà alla grande e allora rilanceremo la nostra battaglia ancora con più forza».
Ha provato a far cambiare idea a Ferrara?
«Ferrara è convinto del suo azzardo profetico e lo porta fino alle estreme conseguenze. Ha detto: mi addosserò tutte le colpe qualora il risultato, in termini elettorali, sia al limite dello zero virgola. È esaltante tutta questa drammatica tensione».
Ma non basta
«Io auguro a Ferrara di riuscire a portare in Parlamento i suoi uomini e le sue donne. La sua lista pianta l'ascia nel cuore del totalitarismo ultrasecolarista dell'epoca. È un'azione di «superpolitica», ma lo ripeto: io devo rendere conto al mio popolo».