Il ripescaggio di Grazia l’«Ambra» teleguidata da Pecoraro Scanio

Tra fischi e insulti della platea l’ennesimo passaggio del testimone di una staffetta che prosegue da quasi dieci anni

da Roma

«Io non sono Ambra, e lui non è Gianni Boncompagni», parola di Grazia Francescato. «Lui» naturalmente è Alfonso Pecoraro Scanio, il dimissionario leader del Verdi che le ha passato il testimone, tra i fischi e le urla della platea congressuale di Chianciano.
Tre giorni di fischi, urla e risse sedate a stento, rivolti soprattutto al vecchio gruppo dirigente che ha portato alla débâcle di maggio, con la Sinistra Arcobaleno, che ha causato per la prima volta da decenni la sparizione dei Verdi dal Parlamento italiano. L’apoteosi dei fischi si è raggiunta proprio quando Pecoraro, assente dal congresso «per rispetto», ha spiegato nel suo blog, si è manifestato per benedire l’elezione dell’erede. Ma poi, quando si è trattato di votare, la vecchia maggioranza si è in gran parte compattata, e la Francescato è uscita incoronata dai medesimi numeri con cui, sulla carta, era entrata. Sconfitto, col 22%, l’oppositore Marco Boato, verde autonomista contrario all’operazione Arcobaleno.
Dunque non ci sta a fare la leader «teleguidata» come Ambra, la Francescato. Non è una pedina di Pecoraro: anzi, tengono a ricordare tra i suoi sostenitori, «Grazia fu la prima, dopo la sconfitta elettorale, a dire che Alfonso doveva dimettersi e che ci voleva un rinnovamento». Lungimirante, la neopresidente: l’idea di poter essere lei a raccogliere la (scassata) eredità del Sole che ride deve esserle balenata allora. E Alfonso si è dimesso e le ha dato una mano.
D’altronde è quasi un decennio che i due si passano di mano il testimone e conducono insieme le varie operazioni di restyling dei Verdi che si sono susseguite. Francescato, ex Wwf, diventa presidente del partito all’alba del 2000, sempre a Chianciano, dopo la sconfitta alle Europee che causa le dimissioni di Luigi Manconi. Ad aprile si trova a gestire la crisi di governo, col passaggio da D’Alema ad Amato premier. E succede un gran pasticcio: i Verdi perdono il ministero dell’Ambiente, di cui era titolare Edo Ronchi, e ottengono quello dell’Agricoltura. Sulla cui poltrona, guarda caso, va a sedersi proprio Pecoraro. Nel partito scoppia il finimondo, Grazia & Alfonso vengono accusati di aver manovrato per far fuori Ronchi, che rifiuta la consolazione del ministero per le Politiche comunitarie, e con lui la vecchia guardia del partito (Ronchi, Paissan, Mattioli, Scalia, Manconi), che lei apostrofa come «i notabili».
Un anno dopo si va al voto, e guarda caso i «notabili» spariscono tutti: decimati dalle candidature decise da Francescato e Pecoraro. Le elezioni però non vanno bene per il Girasole, lista comune Verdi-Sdi, e Grazia si deve dimettere. Lasciando il timone ad Alfonso, naturalmente. Lei poi diventa presidente onoraria. Nel gennaio scorso scoppia il caso della mozione di sfiducia a Pecoraro, ministro per l’Ambiente, per la vicenda della «monnezza» napoletana. Il governo Prodi rischia di andar sotto, e si ipotizza un cambio in corsa al ministero: Alfonso si dimette, ed entra chi? Grazia. Operazione che alla fine si rivela non necessaria perché il governo cade prima, sul caso Mastella, e tanti saluti. Il resto è storia nota: elezioni, sconfitta, dimissioni di Pecoraro e ritorno di Francescato. Più Bonnie & Clyde che Ambra & Gianni, in effetti.
Ora lei deve traghettare i Verdi verso le Europee, scadenza difficile e forse ultimativa. Si guarda a sinistra ma anche al Pd, ma tutto dipende dalla nuova legge elettorale. Con uno sbarramento al 3% e la concorrenza di Di Pietro e Rifondazione, Walter Veltroni rischia di andare sotto al 30%. E a quel punto potrebbe avere interesse a ricreare un «piccolo Ulivo» imbarcando loro e la Sinistra democratica, con la benedizione dei prodiani. Almeno, così sperano i Verdi.