«Ripeteva: a me non può capitare niente»

«Mio figlio è un grande ottimista e mi ha sempre detto di non preoccuparmi»

«L’ultima volta l’ho sentito il 4 ottobre», racconta Marcello Torsello, il padre del fotografo free lance rapito nel sud dell’Afghanistan. I genitori, papà Marcello e mamma Vittoria, vivono momenti di terribile ansia nella loro casa di Alessano, nel Salento. Al Giornale il signor Torsello racconta la scelta di vita di Gabriele, un giovane innamorato della fotografia che si è fatto coinvolgere anima e corpo nel mondo dilaniato al crocevia dell’Asia.
Quando ha sentito l’ultima volta suo figlio?
«Il 4 ottobre e si trovava già nella parte meridionale dell’Afghanistan. Non nascondo che ero preoccupato perché sapevo che la zona è pericolosa, ma Gabriele mi ha tranquillizzato dicendo che il lavoro procedeva bene. Mi mandava anche dei messaggi di posta elettronica tenendomi informato sui suoi spostamenti. Da quel giorno non l’ho più sentito».
Era già stato in Afghanistan?
«Sì, diverse volte. Nel Sud, per esempio, a realizzare un servizio fotografico per un’agenzia dell’Onu sulla condizione delle donne. Quando hanno ucciso la giornalista del Corriere (Maria Grazia Cutuli nel 2001, ndr) era in Pakistan e doveva entrare proprio con lei in Afghanistan. Erano diventati amici, ma all’ultimo momento Gabriele decise di restare in Pakistan».
È vero che suo figlio si è convertito all’Islam?
«Direi che prova molto rispetto per questa religione che ha conosciuto nei suoi viaggi. Quando veniva a trovarci faceva il Ramadan (il digiuno islamico, ndr). Gabriele è un free lance che fa questo lavoro per passione, per amore nei confronti di questo mondo che è andato a conoscere».
Cosa lo ha spinto a scegliere una vita avventurosa e da giramondo?
«In realtà era un ragioniere, ma più di una decina d’anni fa ha cominciato a coltivare la passione delle immagini grazie a una macchina fotografica regalata dal fratello di mia moglie. Poi è andato a Roma a lavorare nel cinema, ma non era il suo mondo. Diceva che si trattava di qualcosa di fasullo e lui voleva una vita vera. Così ha cominciato a partire, prima in India, poi in Pakistan e soprattutto in Kashmir. La considerava una guerra dimenticata e voleva raccontarla al mondo. Come free lance non aveva grandi giornali alle spalle e il libro sul Kashmir (The Heart of Kashmir, ndr) lo ha pubblicato tirando fuori i soldi di tasca sua».
Quando è venuto l’ultima volta a trovarvi?
«A settembre dell’anno scorso, invitato dall’università di Lecce per tenere una conferenza agli studenti su come si vive nei Paesi musulmani. In quell’occasione ha presentato anche un calendario fotografico sull’Afghanistan, Contrappunti 2006».
Quando non era in giro per il mondo viveva a Londra?
«Da dieci anni, dove convive con una ragazza austriaca che gli ha dato un bambino».
Gabriele ha mai temuto che gli potesse accadere qualcosa durante i reportage?
«No, era sempre ottimista e sosteneva che a lui non poteva capitare mai nulla, perché si immedesimava nella cultura e nelle abitudini del luogo diventando uno del posto».