"Riporto a teatro Gaber, un amico che mi difese"

Luca Barbareschi è regista e protagonista della pièce del Signor G <em>Il caso di Alessandro e Maria</em>, in scena dopo 27 anni

Milano - Caratteraccio e talento, istinto profetico e poliedricità, il tutto convogliato in una voce gentile nei modi ma mai, dicasi mai, disponibile a smussare un pensiero: Luca Barbareschi, questa è cosa nota, è uomo e artista che non le manda a dire. È capace di passare attraverso stagioni di isolamento o, come lo chiama lui, «boicottaggio», per poi vivere momenti di frenesia stacanovista, come gli accade oggi, senza spostarsi di un millimetro. Ecco perché, anche tra coloro che lo definiscono un rompiscatole, stima e rispetto professionale non sono mai mancati. La sua faccia da «irregolare», di questi tempi, è, o è attesa, dappertutto: sul fronte della tv, Barbareschi è attualmente impegnato nella terza serie della fiction gialla Nebbie e delitti (sono in arrivo quattro puntate su Raidue, con due novità: la location passa da Ferrara a Torino e Natasha Stefanenko cede il ruolo di coprotagonista ad Anna Valle); al cinema, dal 20 marzo nelle sale italiane, l’attore sarà un politico imbrigliato in trame finanziarie nel thriller hollywoodiano The International, diretto da Tom Tykwer, con Clive Owen e Naomi Watts. Oggi Barbareschi comincerà a lavorare sul set di Noi credevamo, l’ultimo film di Mario Martone; e infine da domani al 29 marzo sarà regista e protagonista, al Teatro Manzoni di Milano, della commedia Il caso di Alessandro e Maria, un dialogo sentimentale di coppia, ironico ma implacabile, scritto da Giorgio Gaber e Sandro Luporini. Una rivisitazione rispettosa ma originale, quella di Barbareschi (sul palco insieme a Chiara Noschese), di una pièce mai più messa in scena dal 1982, protagonisti lo stesso Gaber e Mariangela Melato.

Lei ha definito questo spettacolo una dedica a un suo «vecchio amico». Che tipo di amicizia era, quella con Giorgio Gaber?
«Di quelle vere e sincere. Ci siamo intesi da subito: entrambi politicamente scorretti, e fedeli alle nostre opinioni. Da vero artista libero, nessuno poteva cavalcarlo. Tanti ci hanno tentato, rimediando figuracce. Ce l’hanno fatta solo dopo, quando Gaber è morto. Si sa, in Italia cavalcare i cadaveri è diventata una forma d’arte. Mi ricordo, anni fa, quando ero nel consiglio di amministrazione del Piccolo Teatro, e mi sentivo dire: ancora Gaber? Ormai quello ha rotto le scatole. Io feci di tutto per portarlo su quel palcoscenico. Lui d’altronde mi ha sempre difeso...

Ad esempio, in quale occasione?
«Be’, nei primi anni Novanta mi veniva boicottato uno spettacolo, un monologo nel quale ironizzavo sull’ambientalismo d’assalto e sulla necessità della sinistra di avere sempre un nemico da mettere sul piedistallo, prima Craxi, poi Berlusconi. Gaber mi venne in aiuto, sostenendo pubblicamente che il mio era il miglior one man show del momento».

In cosa consiste la sua «rivisitazione» della commedia gaberiana?
«Il testo resta quello, straordinario: una sorta di Scene da un matrimonio bergmaniano, con più ironia. Io ci ho semplicemente aggiunto della musica: otto brani cantanti, di autori come Pino Daniele, Lucio Dalla e Bruno Lauzi, e una presenza musicale in scena con il jazzista Marco Zurzolo e la sua band».

Al teatro non rinuncia mai, quindi...
«Questo è certo. Anche se oggi fare teatro è un lavoro difficile. Sono giorni di sottocultura dominante, ben rappresentati da facce come quelle di Alessandro Baricco».

E come sono queste facce, scusi?
«Io le chiamo facce a caleidoscopio: tanti colori, ma dentro non c’è niente. Per me, che ho frequentato grandi come Sam Shepard, Eric Bogosian, che mi onoro di amicizie con veri intellettuali come Giordano Bruno Guerri o Gianfranco Manfredi, che è di sinistra ma coerente, i Baricco mi fanno ridere. Sui problemi dei finanziamenti pubblici al teatro, Baricco arriva fuori tempo massimo. Io lo dico da anni. Ma una certa sinistra è specializzata nell’arrivare in ritardo: sul nucleare, oggi ci dobbiamo sorbire i Chicco Testa convertiti, quelli che sostengono battaglie a seconda delle convenienze politiche».

Com’è stata l’esperienza di «The International», il thriller con Clive Owen e Naomi Watts, ambientato anche a Milano?
«Assolutamente positiva. Clive Owen è un ottimo attore, e soprattutto un vero maschio. Non se ne può più dei divi efebici alla Orlando Bloom. Naomi, poi, è una donna di classe: tra l’altro, condivide con me l’amicizia con Bogosian. Nel film interpreto un politico che finisce ricattato dal sistema di potere delle banche, e per questo viene ucciso. Un ruolo controverso, che mi ha subito attirato. La storia racconta bene il sistema ricattatorio delle banche, che finanziano colpi di stato che creano indebitamento. E il potere delle banche vive sul debito».

Del film di Martone, cosa può dirci?
«Ben poco, per rispetto verso Mario. È una storia ambientata nel Risorgimento: io sono Gallesi, un uomo abbastanza vigliacco che cerca di attentare alla vita del re Carlo Alberto».