Il riposo interrotto di Licalzi

«Che cosa ti aspetti da me?» funziona nonostante i troppi addomesticamenti e il bozzettismo strisciante

Leggendo Che cosa ti aspetti da me? (Rizzoli, pagg. 192, euro 14,50), ultimo romanzo di Lorenzo Licalzi, si è tentati di azzardare un paragone letterario e cinematografico: Che cosa ti aspetti da me sta ad Amici miei atto terzo come Il tramonto sulla pianura di Guido Conti sta alla Casa del sorriso di Marco Ferreri. Due film e due romanzi accomunati dall’ambientazione, la casa di riposo, ma che si rivolgono ad un pubblico diverso: ordinario, generico in un caso, irriverente e sulfureo nell’altro. Ipotesi che la figura di Tommaso Perez, il protagonista del volume di Licalzi, sembra avvalorare: scorbutica ma in un quadro da commediola, scurrile senza brio rabelaisiano, atea ma più che disposta ad aperture panteiste. Toccherà alla parabola del romanzo smussarne gli spigoli più taglienti per consegnarci un vecchio che riaccogliamo volentieri nel condominio dell’umanità.
Tommaso è un ex fisico nucleare: ha lavorato nel laboratorio di Via Panisperna, a Roma, e poi nell’osservatorio di Monte Mario. Dopo essere stato colpito da un ictus è finito in un ospizio. Il ricovero delude molto quanto al rispetto degli «ospiti»: le infermiere danno facilmente dello scemo a tutti mentre medici e fisioterapisti si rivolgono agli anziani trattandoli come bambini capricciosi. Perez è poco disposto a prestare il fianco a questo tipo di ingiurie: il ricordo degli anni di Cambridge, quando meno che trentenne sfiorò il premio Nobel, è ben vivo e fa da scudo al definitivo sbracamento. In camera, purtroppo, non è solo: gli fanno compagnia un colonnello con l’Alzheimer, poi un vedovo che ha avuto la sventatezza di intestare la casa al figlio e infine un napoletano infoiato sotto bromuro. In questa cornice penosa e asfittica entra una donna, anche lei ospite dell’ospizio: è un’insegnante di danza in pensione e naturalmente riuscirà a strappare Tommaso alla sua misantropia.
Licalzi è bravo nel darci il ritratto interno di un uomo e di una condizione: in certi passi si percepisce direttamente (con un brivido) in cosa consista perdere la propria autonomia per ritrovarsi alla mercé di chiunque abbia il compito di occuparsi di noi. L’autore deve essersi informato a fondo su quel che accade in una casa di riposo. Le meste, sorde riflessioni di Tommaso sono credibili, come pure le tante osservazioni struggenti: non vediamo alcuna ragione di fare resistenza e sorridere per esempio del brano in cui il protagonista si decide ad accarezzare l’amata Elena.
Se Che cosa ti aspetti da me? fosse stato solo questo, sarebbe stato un buon romanzo, non solo un romanzo che funziona. Ma non è plausibile che il pudore sia limitato a questi passi e poi scompaia, cedendo il posto al soffermarsi funereo e compiaciuto sul disfacimento del corpo e dell’anima, lontano da un franco teatro della crudeltà non meno che dalla pietà, che alligna solo tra gente greve e stupida, non in bocca a un ex scienziato. Scienziato che in una vecchia foto porta occhialini «alla John Lennon»: ennesimo addomesticamento. Ma non ci è piaciuta nemmeno la goffaggine con cui si crea artificialmente la suspense («Per fortuna che c’è Elena», leggiamo per una novantina di pagine prima di sapere chi sia), o si eleva con il cricco la statura dei personaggi («Lei è un mito qui dentro, sa?»). Né lo sdilinquimento del titolo e dei titoli dei capitoli, né il bozzettismo strisciante: c’era bisogno di aggiungere che Elena «teneva corsi solo per bambini»? Non era stata già abbastanza angelicata?