Riprendiamoci la notte (quella buia)

In quanto abitatore di una grande città, talvolta di passaggio in altre e più grandi città, qualche notte bianca l’ho incrociata. Niente di più facile e comune, dato lo scadenziario sempre più inzeppato di crepuscoli interminabili che si connettono senza intervallo all’alba. E niente da ridire sulla qualità degli eventi culturali, spettacoli, interventi, intrattenimenti a pioggia a cui ho, come tanti, tantissimi altri (direi quasi tutti gli italiani e non soltanto loro, visti i numeri), assistito e perfino preso parte. E niente, proprio niente da contestare alla bravura, alla creatività degli infiniti operatori, organizzatori, smistatori, tempisti. Hanno fatto nascere voglie sfrenate: per esempio che dopo una eventuale notte bianca preparatoria, dopo una notte bianca dura e pura ne segua una terza di riflessione o riparazione, e poi una quarta, e una quinta. Ad interim.
Ma se di vera festa (tale è la notte in questione) si tratta, allora essa dovrà, per definizione, terminare per lasciare spazio all’attesa della prossima. Perché una festa reclama tempi limitati, eccezionali, sospensivi delle durate e delle abitudini, carnevalizzatori, rovesciatori di regole, catartici. Mettiamoci, dunque, in posizione di attesa. E proviamo, magari, a ricordare se l’ultima notte bianchissima che abbiamo trascorso non è stata, forse, anche una regolamentazione strisciante della nostra vita nottambula, se non ci siamo lasciati sottilmente irreggimentare, coartare, intruppare nella gran fregola collettiva del buio rischiarato a giorno.
Magari non è stato così. Magari quell’illuminazione diffusa che ci ha accompagnato dalle otto di sera alle sei e mezzo del mattino andava osservata con più attenzione. Una notte è, per vocazione, silenziosa, oscura. Fa meditare, prendere decisioni. Si cambia vita, in una notte: ricordiamoci dell’Innominato. Ma, allora, proprio quello strano miscuglio di luce e buio, di silenzio e chiasso, di raccoglimento e gran caciara, di cultura e svago è stata la più lampante, straordinaria negazione di ogni notte possibile. Qui e non altrove stava l’irripetibile paradossalità dell’evento: non c’era l’oscurità, e nemmeno era giorno. Era un ibrido, era un tempo bicefalo. Stupefacente, certo.
Ma, allora, il fatto che vengono annunciate o promesse o garantite nuove notti eccezionali e ancora più memorabili mi mette a disagio. Perché mi sembra che il numerone tende a normalizzare, appiattire, serializzare, isterilire proprio il fascino di quell’effimero. Troppi «né notte né giorno», troppa produzione, gestione, creazione, promozione di ibridi e bicefalie. Si rischia di affondare nel grigiastro. E la memorabile, quasi assurda oscurità resa diurna, una volta promossa e replicata, richiama, con diverso colore, una hegeliana notte bianca in cui tutte le vacche sono bianche. Dove non si riesce a vedere più niente. Né di strano né di insolito. Né di particolarmente bello. A meno di non fare finta.