Ripristiniamo la festività del 4 Novembre

Federico Guiglia

Finalmente è stata ripristinata la festa del 4 novembre. Ma accade in Russia non in Italia! E per rinverdire un evento di quasi quattrocento anni fa - la liberazione dai polacchi nel 1612 -, anziché per ricordare i quasi novant’anni della liberazione di Trento e Trieste con la fine della prima e tragica guerra mondiale. Due pesi e due misure, che danno l’idea del paradosso italiano: continuiamo a essere l’unico Paese del pianeta che non celebra con tutti gli onori del caso il giorno dell’indipendenza nazionale. Peggio ancora, lo celebrava quel giorno chiamato della Vittoria. Ma a metà degli anni Settanta, in pieno clima di solidarietà nazionale - che in realtà di «nazionale» aveva solo il nome -, il Parlamento pensò bene d’abolire le festività del 4 novembre, del 6 gennaio e del 2 giugno. Con l’aggravante che, nel frattempo, il 2 giugno, anniversario della Repubblica e il 6 gennaio, festa dell’Epifania, sono stati rimessi al posto da cui non avrebbero dovuto essere tolti, e perciò il danno anche simbolico è stato riparato. Invece si persiste nel commemorare il 4 novembre non il 4 novembre e con la moderna solennità che meriterebbe, bensì la prima domenica di quel mese. Non dunque giornata popolare e di memoria, ma rito ritrito per le sole Forze Armate e le poche autorità civili, che portano qualche corona, fanno i soliti e ripetitivi discorsi, partecipano a qualche brindisi e il ricordo finisce lì. Senza alcun coinvolgimento delle scuole, dei giovani, delle tante famiglie di militari - più di dodicimila all’anno - che testimoniano in giro per il mondo - più di trenta aree «caldissime» - il valore di chi continua a rischiare la pelle nel nome d’Italia.
Festeggiare, allora, il 4 novembre del nostro tempo non sarebbe soltanto un doveroso omaggio verso quelle centinaia di migliaia di italiani che si sono immolati o sono rimasti gravemente feriti per coronare il sogno di unità nazionale coltivato nel Risorgimento e prima del Risorgimento, ma diventerebbe anche l’atto di riconoscenza e di pietà verso i Caduti di Nassirya (militari e civili, 12 novembre 2003). E verso quelli delle numerose missioni internazionali di pace in cui dei nostri connazionali sono da anni, anzi, da decenni protagonisti.
Non mancano, del resto, le proposte di parlamentari che in ogni legislatura assicurano, puntuali ma impuntuali, di voler ridare un senso al 4 novembre, facendolo tornare la festa degli italiani.
Quando a suo tempo Bettino Craxi annunciava, da presidente del Consiglio, di voler istituire la «giornata del Tricolore» - perché neppure della bandiera i partiti della prima Repubblica si sono un granché preoccupati -, c’era chi invitava a unire le due cose: Vittoria e Tricolore il 4 novembre. Non se ne fece nulla, o meglio, se ne fece qualcosa: quel decreto-Craxi che, per la prima volta nel dopoguerra, regolamentava l’obbligo dell’esposizione dell’emblema nazionale nei luoghi pubblici. Con qualche dimenticanza, peraltro: le aule dei tribunali, per esempio, o quelle scolastiche, in cui esporre la bandiera acquisirebbe il significato unitario e realmente universale oltre ogni credo, idea politica, cultura o sensibilità che infatti ha nelle nazioni che l'espongono (dagli Stati Uniti in giù).
Un 4 novembre festoso potrebbe, inoltre, essere associato anche al giorno di conferimento della cittadinanza italiana per i tanti stranieri che, avendone diritto, la chiedono e la meritano. Una Patria più grande, più aperta e più civile, come in fondo la volevano quei ragazzi non solo del ’99 che hanno sacrificato tutto quel che avevano. E spesso avevano solo la loro vita, e anche quella hanno donato per l’Italia. Nassirya, il Tricolore, gli stranieri che diventano italiani, il pacifico ricordo della Vittoria: se non il 4 novembre, quando? E se non ora, ora che andiamo verso il novantesimo anniversario, quando?
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