La risata che fa paura

In fondo ai loro piccoli cuori boriosi gli uomini attualmente al potere, penetrati nel Palazzo grazie a una manciata di voti, forse avvertono il pericolo che una corale risata li sommerga e allora si preoccupano che nessuno maneggi taglienti strumenti di libertà, che potrebbero suscitare ironiche visioni del governo e della sua discutibile maestà. Siamo in democrazia, siamo tutti uguali, d’accordo, ma i principi di sinistra e di centrosinistra sono più eguali degli altri, si sentono come lontani imperatori «nati nella porpora» e non possono tollerare che li si critichi o, peggio, si sorrida di loro e dei loro espedienti retorici. Soltanto in questa chiave può spiegarsi la richiesta di alcuni esponenti della maggioranza di valutare l’opportunità di punire, processandoli per «vilipendio delle istituzioni», i giornalisti del Tg2, colpevoli di aver mandato in onda il video «rap» montato con l’ossessiva ripetizione, tipica di questo genere, della frase con cui Romano Prodi si è fatto interrompere per nove volte alla Camera durante il dibattito sul caso Telecom. Il video non l’hanno fabbricato quei cattivi soggetti del Tg2, l’hanno creato e immesso in Internet alcuni scassafrulloni, spiriti ameni di cui per fortuna l’Italia non difetta. Del resto erano stati gli stessi cronisti politici a richiamare l’idea del «rap» per descrivere un Prodi fermamente determinato a provocare e a far abortire il dibattito. Su questa ideuzza, un gruppo di screanzati non senza talento ha costruito il video. Ora, navigare è necessario, non è necessario vivere: così diceva il poeta e così ripetono i promotori di computer con Internet annesso e connesso. Il video ha subito spopolato e ha attratto l’attenzione dei colleghi del Tg2. Si accusano spesso giornali e telegiornali di essere togati e ingessati, fossilizzati nell’ufficialità pomposa e uggiosa, ebbene Mauro Mazza e la sua redazione sono «andati verso il popolo», hanno svecchiato la comunicazione, hanno mostrato come la gente dei «blog» vive, soffre e canta la politica. Televisione verità, dunque, genuina, autentica. Ma la verità per certi democratici può essere pericolosa, diseducativa. Meglio filtrarla, valutarla, censurarla, magari ignorarla. Ecco, il Tg2 avrebbe fatto meglio ad ignorarla, questo pensano lorsignori, ai quali probabilmente non dispiacerebbe reintrodurre, con il collegato della Finanziaria, una versione riformista del Sant’Uffizio e magari l’Inquisizione laico-progressista, la Gran Corte del Politicamente Corretto. E la libertà? La libertà può fare come il popolo di Trilussa: si gratta.
Vilipendio è parola grossa, viene da lontano, viene dalle società in cui i sudditi non potevano parlare ai manovratori e i giornalisti – in verità succede anche adesso – tessevano le lodi dei potenti nelle gazzette ufficiose. La democrazia è altra cosa, sempre che i nuovi governanti non ne stravolgano i fondamenti.
A render ancor più inaudita, offensiva e pericolosa la richiesta di indagare sul presunto vilipendio c’è, inoltre, un dato storicamente inconfutabile. Quando lorsignori erano all’opposizione hanno vomitato sull’allora capo del governo, dico il Cavaliere, montagne di sterco televisivo e mediatico in genere. Sono stati impiegati in quest’azione di denigrazione sistematica, e spesso al di là dei limiti della decenza, comici stercorari, giornalisti biliosi e faziosi, menzogne sfuse e a pacchetti. E gli oppositori di ieri chiagnevano e fottevano: insultavano senza ritegno il capo del governo e nel contempo ne denunciavano la volontà di instaurare un regime liberticida. E se i sostenitori del Cavaliere protestavano per la volgarità e l’insensatezza degli attacchi, loro rispondevano blaterando di libertà indivisibile, di satira intangibile, di informazione senza censure.
Oggi invocano il vilipendio. Ieri protestavano per il regime che non c’era, oggi lavorano per quello che ci sarà. Almeno così sperano.