Una risata tricolore alla faccia di Parigi

Il direttore del "Foglio" lancia la sua nuova iniziativa: oggi in piazza Farnese alle 17 davanti all’ambasciata di Francia, per restituire le risate al mittente

Pubblichiamo l’editoriale del direttore del Foglio, Giuliano Ferrara. Lo stesso articolo compare oggi sulla prima pagina del quotidiano. Si tratta di una «chiamata alla piazza». Alle 17, a Roma, in piazza Farnese, di fronte all’ambasciata di Francia. Per restituire a Nicolas Sarkozy la risata in faccia a Berlusconi e al popolo italiano.

Sarkozy ha dato il «la». Ma il primo a ridere di Berlu­sconi è Berlusconi, per­ché è­un italiano sorriden­te e non un gallo cupo e ipercineti­co. Però i banchieri e gli investito­ri e i risparmiatori francesi non ri­dono. Hanno in pancia oltre 400 miliardi di titoli italiani, il debito è puntualmente onorato, il Paese emittente ha un differenziale posi­tivo tra entrate e uscite (avanzo primario), il patrimonio pubblico e il risparmio privato italiani sono imbattibili, l’indice di disoccupa­zione è migliore di quello france­se, la capacità esportatrice compe­titiva. Le nostre banche si sono te­nute relativa­mente fuori dalla tur­bolenza greca e dal contagio, quel­le francesi ci sono entrate con tut­te le scarpe e scoppiano di titoli se­mi­ insolventi. Corporativismi e freni alla crescita sono di casa da noi e da loro.Non so se l’ultimari­sata, quella che conta, sarà dei donneurs de leçons .

La Merkel ha tenuto botta, ma si vede nel video che era imbarazza­ta dalla gaffe, e che non poteva non opporre un timido sorriso tipi­camente tedesco­alla imbarazzan­te performance di un uomo di sta­to inutilmente sarcastico con il quale ha litigato per mesi in modo inconcludente, «disastroso» co­me ha detto Jean- Claude Juncker, presidente dell’area euro.Adesso è il nostro turno di farci quattro al­legre risate, come oggi alle 17 in punto a Piazza Farnese,davanti al­l’Ambasciata di Francia, con Anto­nio Martino. Venite tutti, mi racco­mando. Non piove.

Scaricare i problemi politici franco-tedeschi sull’Italia: que­sto il programmino, lo spot di Bru­xelles. I tedeschi hanno ragione quando chiedono che noi si vada in pensione in modo europeo e non latino. Qualche riformetta, di tante che ne aveva promesse, tra un matrimonio e l’altro, perfino Sarkozy l’ha fatta. Ma non è quello il vero problema. L’Italia, i suoi governi e la società, anche imprenditoriale, peccano da tempo di inerzia davanti al pro­blema della crescita, e una parte di questa inerzia, a parte il carat­tere furbo della nazione tutta, va addebitato alla scarsa propensio­ne al rischio: che non fossimo un esempio di economia capitalisti­ca lo si sapeva già dai tempi in cui generazioni di classi dirigenti e di italiani tutti accumulavano un debito pubblico poderoso, ali­mentando ricchezze sociali e pri­vate piuttosto consistenti, forag­giando una politica onnivora. Lo dicono anche i bravi giovani tren­tenni capi sul territorio di quel che resta del Pd. Con Berlusconi qualcosa è cambiato, ma non ab­bastanza. Siamo i primi ad essere insoddisfatti, ragioniamo come Giavazzi & Alesina, la premiata ditta di economisti (silete econo­misti!, disse un arrogante Tre­monti) che ci mette generosa­mente in guardia dall’equivoco secondo cui più libertà e concor­renza competitiva sarebbero ne­miche dei giovani e dei lavorato­ri. Balle antimercatiste, balle apo­calittiche, balle decliniste, balle per la gola.

Paul Krugman, che non è un calvinista ma un gigantesco cer­v­ello ebraico dell’economia libe­ral e keynesiana, non un neolibe­r­ista, cui non per sua colpa è toc­cato un Nobel come economista americano, continua a ripetere nel New York Times , che non è Le Figaro , una verità assoluta, di quelle che ci vuole molta psicolo­gia depressiva o molta furbizia politica per non voler afferrare: l’euro è in crisi perché, senza un prestatore di ultima istanza co­me la Bce, che fermi l’aggressivi­tà dei mercati, coloro che presta­no o giudicano il livello dell’inde­bitamento vorranno sempre più soldi in cambio da chi emette tito­li. Per la Grecia è successo quel ca­sino che tutti sappiamo, ma è un’economia periferica, oltre che un popolo che vive di fierez­za giusta e di ingiusta opulenza assistenziale. L’Italia è diversa, è un altro caso. Intanto è solvibile. Eppoi solo il circuito vizioso per­verso che le impone una moneta non tutelata, come oggi è l’euro, può metterla in difficoltà, trasci­nando l’Europa intera nella rovi­na.

Bene. Krugman dixit . Provve­dere dunque, visto che quella è la incontrovertibile verità e l’infla­zione nelle economie depresse è una tigre di carta e di incubi da an­ni Trenta, a meno che non si vo­glia distruggere il progetto di cui anche l’Italia è Paese fondatore, la base comune del progresso pa­cifico e prospero promesso dopo i fascismi dagli Adenauer, dagli Ehrardt, dai Monnet, dagli Spi­nelli e dai De Gasperi ( sopra tutto De Gasperi). Queste cose le san­no gli artigiani, gli esportatori del­le piccole e medie imprese, ma anche la grande impresa manifat­turiera e le banche italiane, quan­do ragionano con la loro testa e non fanno controproducenti mo­ralismi a sfondo politico. Le do­vrebbe sapere anche l’opposizio­ne di Bersani e Letta, se non fosse trascinata nel disastro di un pen­siero burocratico­ giudiziario dal­l’antiberlusconismo come non programma. Agire, dunque, e su­bito. Ma non per autopunirsi, non per dividersi, non per procra­stinare i problemi. Il colpo d’ala di Berlusconi è giudicato anche dal Corriere della Sera una possi­bilità. Era d’altra parte tutto scrit­to già, Berlusconi se ne era reso conto. Ma comandare è un’arte difficile nel Paese dei parrucconi e delle fazioni distruttive che so­no capaci in questa situazione di ingaggiare una rissa strapaesana di tipo giudiziario e pornogiorna­­listico con il capo del governo. Ora però si deve annunciare, fa­re, spiegare, senza paura e tenten­namenti. Basta lagne. E vediamo chi sarà l’ultimo a ridere. Intanto prendiamoci il tempo di una risa­ta noi, a Piazza Farnese, ore 17.