Una risata vi curerà... Se non vi soffoca

di Howard Jacobson
Devo smetterla di essere spiritoso, o meglio - non vorrei apparire vanesio -, devo smettere di provarci. Ordini del medico. Ordini di mia moglie. Ordini degli amici. Basta con le battute. E non dire: «Niente più battute, di già». Altrimenti sembra che stai ancora cercando di essere spiritoso.
Non che sia poi così difficile obbedire. Oramai non è rimasto più nulla di divertente. Le innumerevoli case di Jacqui Smith (politica britannica, ex Segretario di Stato per gli Affari interni del Regno Unito, ndt) - suo marito guarda film a luci rosse in quella di Redditch, mentre la polizia controlla il numero di notti che lei passa in quella di South London, per non parlare della storia dell’appartamento che divide con la sorella, hai la sensazione che da un momento all’altro salterà fuori che ne divide una anche con te - diciamocelo, non c’è proprio niente da ridere. Idem per il quotidiano sconcerto di Gordon Brown. Idem per l’idea che Cameron (leader del partito conservatore britannico, ndt) possa far meglio. Idem per un nuovo romanzo di Dan Brown. Oppure - visto che si parla di libri, e cosa potrebbe esserci di meno divertente dei libri - della ex vincitrice di X Factor Leona Lewis che firma copie della sua autobiografia da Waterstone’s.
La sua cosa? La sua autobiografia. Leona Lewis ha ventiquattro anni e lei, o qualcun altro, ha scritto la sua autobiografia. Dovrebbe far ridere ma non è così. Dovrebbe far ridere che migliaia di ragazze la acquisteranno per imparare come diventare un’ex vincitrice di X Factor e scrivere, o farsi scrivere, l’autobiografia. Dovrebbe far ridere, ma non è così.
Tuttavia, il divieto di fare battute non ha nulla a che vedere con il fatto che ci sia o no qualcosa da ridere. E comunque le battute migliori sono quelle che riescono a illuminare ciò che non è affatto divertente. Pensate ad Amleto al cimitero, che discute con il teschio di Yorick. «Vai da qualche signora e dille che si passi pure sul viso ditate e ditate di trucco. Diventerà così. Falla ridere di questo». Morte e dissoluzione: questa è la vera sfera d’azione del comico.
Per questo cerco di essere spiritoso ogni volta che vado dal dottore. «Allora, che cos’hai?» mi chiede mia moglie quando rientro. «Oh, niente» rispondo. «Che vuol dire niente? Cos’ha detto il medico?». Abbasso gli occhi. La verità è che non me lo ricordo. Perché? Perché mentre parlava non lo stavo a sentire. E per quale ragione? Perché cercavo di divertirlo.
Mentre lo faccio mi sembra una cosa sensata. In quel luogo senza speranze che è il suo ambulatorio i pazienti si accalcano e sfilano, un caso patologico dopo l’altro, infermi, angosciati, ossessionati dai propri malanni. Ha bisogno di qualcuno che gli alleggerisca la mattinata. E considerato dove mi trovo, io ho bisogno di qualcuno che alleggerisca la mia. Così mi metto a scherzare. Quando gli inizia a tremare la mano, penso che avrei fatto meglio a star zitto. Ma mi sono fatto quest’idea: se riesco a farlo sentire più allegro mentre mi visita, non troverà niente. «Ah, ah, ah, indovina cos’hai...». Sembra improbabile, non vi pare? Perciò, pur senza aver precisamente formulato una teoria sul binomio risate-buona salute, devo essermi in qualche modo convinto che finché ce la spassiamo insieme, non salterà fuori nessun tumore maligno annidato da qualche parte nel mio corpo. La conseguenza, però, è che non mi concentro su quel che dice il dottore e dopo, quando torno a casa, non riesco a ricordare cosa pensa che vada o non vada nella mia salute.
Adesso mia moglie mi proibisce di fare lo spiritoso con chiunque venga a casa nostra per lavoro. Soprattutto con quelli che ci mettono meticolosamente in conto ogni minuto. «Ho notato» ho detto la settimana scorsa al tecnico che ci ha riparato il microonde «che non ha dedotto nemmeno un po’ del tempo passato a ridere per le mie battute». Al che lui ha abilmente simulato un altro accesso di risa ancor più convulse, ma sempre senza arrestare il temporizzatore. Non capivo perché mai mia moglie mi guardasse di traverso. «Tieni, pensa tu al conto» mi ha detto dopo.
Che diamine! Quattro ore e mezza per aggiustare un commutatore, a settantacinque sterline l’ora... a partire da quando ha suonato il campanello.
Di recente mia moglie e io abbiamo fatto un esame del sangue assieme. Nessun feticismo, era solo per risparmiare tempo. L’addetto ai prelievi aveva un tesserino da tirocinante. «Quanti ne ha già fatti?» gli ho chiesto. Mia moglie mi ha guardato di traverso. «Quarantotto» ha detto lui. «E quanti sono sopravvissuti?». Altra occhiataccia di mia moglie. Lui ha sorriso. «Tutti, spero» ha detto. «Almeno finora». Si stava occupando di mia moglie in quel momento. Distratto dallo scambio di battute, non ha premuto abbastanza forte il tampone di garza sulla puntura. Ed ecco che subito un livido violaceo delle dimensioni di una palla da tennis le si è allargato sul braccio. Colpa mia. Io distraggo un tirocinante in medicina con una battuta e mia moglie rimane sfregiata.
«Per lo meno la sua mattinata è stata più spassosa del solito» le dico.
In realtà, non sempre le persone che ti sforzi di divertire ti sono riconoscenti. Diversi anni fa entrai da Brooks Brothers in Regent Street, per chiedere un paio di pantaloni di velluto a coste giallo canarino stile Ivy League che avevo visto in vetrina e, con mia grande sorpresa, trovai tutti i commessi schierati in fila, quasi dovessero fare il saluto alla regina; solo che era a me che davano il benvenuto. Chi lo sa, pensai, saranno lettori della mia rubrica. O dei miei romanzi. Possibile che avessi scoperto di avere un numero di lettori che solo Leona Lewis potrebbe sognare di avere?
«Estremamente gentile da parte vostra, ragazzi, ma non è il caso» dissi, aspettandomi un applauso. Nessuno mosse un muscolo. «Ve ne prego, state pure comodi» dissi. Non un battito di ciglia. «Che si fa, misuro da solo la lunghezza della gamba?» domandai a quel punto. Ancora nessun segno di riconoscimento, a meno che non si voglia definire tale il contegno gelido e noncurante di quindici pomposi commessi Brooks Brothers.
Fu soltanto mentre lasciavo il negozio senza pantaloni che udii uno scampanio e appresi che lo staff aveva commemorato l’anniversario dell’11 settembre con due minuti di silenzio. Tutta Regent Street aveva fatto lo stesso. L’unico elemento di disturbo in quella quiete assoluta ero stato io. L’intrattenitore.
Dev’essere una sorta di terrore a farmi agire in questo modo. Finché continui a fare battute, non devi stare ad ascoltare nessun altro. Cos’è che ha scritto George Eliot, in Middlemarch, riguardo la necessità di un certo tipo di sordità morale, senza la quale «moriremmo per il frastuono che è al di là del silenzio»? Chi di noi vuole davvero sapere quel che il dottore ha da dirci? O ciò che una celebrità pubblicizza? O quel che esige l’ideologo? O ciò che gli avidi hanno da dire in propria discolpa? Meglio soffocare tutto con qualcosa di divertente. Ammesso che si riesca a trovare qualcosa di divertente.

© Howard Jacobson (originariamente pubblicato su The Independent). Traduzione di Milena Zemira Ciccimarra