Risate a denti stretti con gli equivoci pecorecci

Al Manzoni di Milano «Margarita e il gallo» pochade troppo goliardica

Enrico Groppali

C'era una volta il regno del princisbecco benedetto dal famoso Peste lo colga di Sem Benelli reso celebre dalla voce del compianto Amedeo Nazzari nella Cena delle beffe del grande Alessandro Blasetti. In anni a noi più vicini, dopo il capolavoro cinematografico di Pasolini fu la volta nel cinema italico dell'avvento a catena dei Decameroni. Seguito maldestramente dal nostro teatro d'intrattenimento che si affidò alla cara ombra della bellissima Sylva Koscina per diffondere una Commedia del Decamerone che strappò più di un grido di giubilo ai fan del pecoreccio. Solo ora a più di trent'anni di distanza, dal kitsch diffuso da quelle immagini corredate da gagliardi rutti e gag d'avanspettacolo, un artigiano di facili copioni come Edoardo Erba si cimenta a inaugurare una dinastia di nipotini di facili costumi sull'onda della nota propensione italica ai lazzi da caserma. Che trova una consacrazione nella sua ultima fatica Margarita e il gallo dove uno stampatore vestito come Messer Nicia nella Mandragola (il simpatico Gianfelice Imparato) già in odor di fallimento per aver editato ponderosi tomi finiti in cantina pensa di risollevar le sue sorti cedendo a un vezzoso visconte dai modi smaccatamente gay (Francesco Meoni) non la mano e nemmeno le grazie della sua severa consorte ma il suo rotondo posteriore.
Inutile dire che, come in ogni pochade che si rispetti, a far le veci della signora sarà chiamata la serva sciocca e volgare di casa impersonata con estro da Maria Amelia Monti, moglie e musa personale dell'autore dello scherzo goliardico. La quale tuttavia, memore degli insegnamenti della madre strega, tramite un incantamento scambierà il proprio loco dove non batte il sole con quello, assai più propenso a concedersi, del padrone di casa. Che, alla fine dello smodato carnasciale che produce una facile salve di applausi da parte di un pubblico che rimpiange le grasse barzellette da caserma, implorerà la Monti ormai promossa a viscontessa di rinnovare la felice consuetudine dello scambio di quella preziosa parte dell'umano corpo. In un inarrestabile trionfo del cattivo gusto che vede coinvolti l'onesto regista Chiti e persino Franco Quadri, elevato al rango di neostampatore del pecoreccio.

MARGARITA E IL GALLO - di Erba Regia di Ugo Chiti, con Maria Amelia Monti e Gianfelice Imparato. Milano, Teatro Manzoni, fino al 2 aprile.