Il riscatto che Chirac non ammette

da Parigi

Parlare di riscatto in Francia è come mettere in dubbio la moralità della République. Le fonti ufficiali si risentono e anche quelle amichevoli danno segnali di palese irritazione. Come se un'ipotesi del genere fosse di per se stessa sgradevole e quindi inconcepibile. Eppure, come è stato riferito ieri su queste colonne, è stato Robert Ménard - segretario generale dell'associazione Reporters sans frontières, impegnatasi a fondo per la liberazione di Florence Aubenas - a parlare apertamente di una forte richiesta di riscatto da parte dei rapitori della giornalista. Una cifra astronomica: 15 milioni di dollari. A quel punto - siamo nel pomeriggio di sabato - il Quai d'Orsay è intervenuto bruscamente, smentendo ogni richiesta di riscatto e ogni illazione sulla cifra milionaria. In quell'istante preciso i rapitori consegnavano gli ostaggi ai servizi segreti francesi in cambio - presumibilmente - proprio del «malloppo» di cui aveva parlato Ménard e di cui le fonti governative avevano smentito persino la richiesta.
Quasi per giustificare questa raffica di precauzioni, il presidente Chirac ha sottolineato, nel suo messaggio radiotelevisivo di ieri mattina, le condizioni di «pericolo» in cui è avvenuto il rilascio della giornalista e del suo interprete Hussein Hanoun. L'ambasciata francese a Bagdad ha rincarato la dose, parlando di «estremo pericolo». Un'implicita richiesta ai francesi - e in particolare ai media - di non porsi troppe domande perché l'importante è il risultato. Curiosamente quegli stessi media fancesi avevano sottolineato le ipotesi di pagamento di riscatto alla fine di sequestri di ostaggi di altri Paesi, assumendo in quelle circostanze un tono di stupore o di critica.
In realtà a Parigi sono tutti (o quasi) convinti che un sostanzioso riscatto sia stato versato ai rapitori in circostanze coperte dal più assoluto riserbo. Le smentite, come quella dell'ex ministro degli Esteri Michel Barnier, non paiono convincenti. Se - cosa ormai sicura - Florence Aubenas era nelle mani dello stesso gruppo che ha rapito i tre ostaggi rumeni e se (come si dice) questi ultimi sono tornati in libertà in cambio di un riscatto, non si vede come i delinquenti abbiano potuto farsi intenerire il cuore unicamente per la giornalista di Libération. Ma le ipotesi formulate a botta calda vanno ben oltre il dilemma «riscatto o non riscatto». Circola in particolare una tesi che sarà forse dibattuta nei prossimi giorni. Quella secondo cui il rapimento di Florence Aubenas e del suo interprete Hussein Hanoun sarebbe legato ad alcune «ambiguità» nella conclusione del precedente sequestro di francesi in Irak: il rapimento dei giornalisti Christian Chesnot di Radio France Internationale e Georges Malbrunot dei quotidiani Le Figaro e Ouest-Francen, operazione cominciata il 24 agosto e conclusasi il 21 dicembre.
Sembra che gli agenti della Dgse, equivalente transalpino del nostro Sismi, abbiano trovato con i rapitori (gente dei vecchi servizi di Saddam Hussein) un accordo su vari punti, compreso il pagamento di un’«indennità d'alloggio» per Chesnot e Malbrunot. La cifra di quattro mesi d'«albergo terroristico» era salata anche se non enorme: qualche decina di migliaia di dollari. Però i rapitori sono stati delusi a seguito della liberazione dei due giornalisti. Non si sa quale sia stata la causa del loro malcontento, ma sembra che proprio quel gruppo abbia commissionato il rapimento di Florence Aubenas, avvenuto il 5 gennaio, ossia un paio di settimane dopo la liberazione di Chesnot e Malbrunot.