Il riscatto dell’Italrugby sfrutta la sagra degli errori

L’ultima volta che l’Italia del rugby aveva vinto una partita contro una nazione del Pacifico del sud, una di quelle nazionali che prima del fischio d’inizio ti spiegano con la haka il loro proposito di mangiarti vivo, era stato contro le Isole Fiji allo stadio di Monza: i figiani non avevano mai visto la neve in vita loro, e il generale inverno fu un buon alleato. Ieri invece a Ascoli Piceno è un bel sole novembrino a benedire il primo e unico successo azzurro dei test match autunnali 2009 della pallaovale azzurra: 24 a 6 il risultato finale. La conferma dei progressi, che indubbiamente ci sono stati dalla tragicommedia dell’ultimo 6 Nazioni, che si erano visti nettamente contro gli All Blacks a San Siro, e un po’ meno nettamente a Udine contro il Sudafrica. Ma anche la conferma che di strada da fare ce n’è ancora tanta, perché la voglia di vincere c’è, la grinta c’è, insomma gli ingredienti classici del luogo comune rugbistico ci sono tutti. Ma la qualità tecnica assoluta che è un elemento fondamentale del rugby professionistico moderno è ancora di là da venire in buona parte della squadra. Tradotto: si sbagliano placcaggi, passaggi, prese al volo e calci che non si possono sbagliare se si vuole sedere al tavolo dei grandi non soltanto al momento del terzo tempo.
Le Samoa ci danno una mano perché anche loro hanno i loro limiti. Come figiani e tongani (vedi Jonah Lomu) dalle isolette del Pacifico anche i samoani più forti vengono inghiottiti e naturalizzati dal rugby milionario di Australia e Nuova Zelanda, e a combattere con la maglia che porta sul petto la Croce del Sud resta una armata un po’ raccogliticcia di ragazzi che di solito giocano qua e là per il mondo, e si ritrovano insieme solo in occasione dei tour e dei campionati del mondo. Le conseguenze si vedono, sul piano dell’affiatamento, ma anche nel livello non eccelso delle prestazioni individuali. L’unica meta su azione dell’Italia, quella di Mc Lean all’inizio del primo tempo, nasce da uno svarione del mediano di mischia samoano, che si fa scivolare il pallone tra le gambe come un portiere di serie C. I nostri sono bravi ad approfittarne, e sul prosieguo dell’azione Mc Lean se ne va in meta salterellando come un furetto in mezzo alla difesa samoana Sembra l’inizio di una vendemmiata, invece resterà l’unica meta azzurra di tutta la partita. Il match si ingarbuglia, italiani e samoani fanno gara a chi sbaglia di più. La prima linea azzurra, quella che due settimane fa fece disperare i giganti neozelandesi, ieri appare in affanno. Un po’ alla volta comunque il distacco si allarga, ma ad alzare il punteggio azzurro è solo una lunga serie di calci piazzati. A partita agli sgoccioli, arriva anche una meta tecnica: la punizione più grave nel rugby, la meta d'ufficio che viene assegnata come conseguenza di falli ripetuti e ostruzionistici dell’avversario. È il premio che l’Italia sentiva di meritare negli ultimi 15 minuti del match di San Siro contro gli All Blacks, quelli spesi a fare a craniate a ridosso della linea di meta neozelandese, e che non arrivò.
Nel frattempo in campo si vede un po’ di tutto: Mirco Bergamasco che chissà perché viene incaricato dei calci piazzati, e costringe a chiedersi se in tutto il campionato italiano non ci sia nessuno fornito di piedi più precisi; Sergio Parisse che da bordo campo cerca di spiegare ai compagni cose che dovrebbero sapere da soli; Tito Tebaldi che è un bravo mediano di mischia, o almeno può diventarlo, ma che i compagni a volte abbandonano tra le grinfie dei samoani; e poi falli senza capo né coda, passaggi a casaccio, palloni che cascano, insomma più o meno la solita Italia. I samoani a Parigi ne avevano prese quasi cinquanta dalla Francia, non è che fosse obbligatorio dargliene altrettante però due o tre mete in più era doveroso rifilargliele. E soprattutto era legittimo attendersi che contro un avversario meno asfissiante di neozelandesi e sudafricani, gli azzurri dimostrassero di avere finalmente qualche idea precisa su cosa fare del pallone una volta conquistato. Purtroppo non è successo. Però resta il fatto che con le Samoa non avevano mai vinto, che nel rank mondiale erano appena davanti a noi e invece adesso li abbiamo scavalcati. E poi che sia bello e glorioso sconfiggere una nazione di 180mila abitanti fa parte della irrimediabile, romantica, inspiegabile diversità del rugby.