Riscatto delle Borse europee, Milano più 1%

I listini di Londra e Parigi chiudono in positivo una giornata nervosa
dopo il tracollo dell’Asia. Giù Francoforte, Wall Street resta in mezzo
al guado

Milano - Da spia della recessione americana a stampella delle Borse internazionali: i listini europei si aggrappano al drastico taglio del costo del denaro deciso dalla Federal reserve per rivedere la luce in una giornata contraddistinta da incertezza e volatilità. Dopo ore di panico innescate dai pessimi segnali provenienti dall’Asia, protagonista della peggior seduta dal 1990 (meno 8,6% Hong Kong; meno 5,6% Tokio), il Vecchio continente è riuscito a cambiare direzione: Londra ha recuperato il 2,9%, Zurigo il 2,7% e Parigi il 2%; bene anche Milano (più 1% il Mibtel, più 1,2% l’S&P/Mib). Ha fatto eccezione solo Francoforte (meno 0,3%).

Vista la débâcle accusata lunedì, quando Wall Street è rimasta chiusa per festività, è comunque al momento l’Europa a pagare gran parte del prezzo della recessione Usa. Forse anche per questo la cura decisa dal capo della Fed Ben Bernanke, malgrado sia la più corposa dal 1982, non ha potuto che limitare i danni per gli operatori d’Oltreoceano. A New York, dove i future avevano preannunciato un crollo secondo solo a quello dell’11 settembre 2001, il Dow Jones ha infatti ceduto l’1% e il Nasdaq il 2 per cento.

Il problema è di interpretazione. Malgrado l’ulteriore puntello all’economia assicurato dalla frenata del petrolio (sceso a 86 dollari al barile) i mercati, secondo Tony Dolphin di Henderson Global Investor, devono capire se dietro la sforbiciata della Fed prevalga la prontezza di intervento, ovvero la preoccupazione per la recessione. La Casa Bianca ha in ogni caso dato la disponibilità a valutare un eventuale potenziamento degli sgravi fiscali decisi la scorsa settimana. Il pacchetto di George W. Bush contro la crisi, 150 miliardi di dollari l’ammontare complessivo, era stato giudicato insufficiente da alcuni analisti. E non mancano ora attese per un’ulteriore riduzione dei tassi entro marzo, quando l’asticella dei Fed Funds potrebbe scendere fino al 2,75% allargando all’1,25% il divario tra il costo del denaro americano e quello europeo.

Troppo per non alimentare tensioni sulla tenuta dell’economia del Vecchio continente. Dove la Bce non solo è l’unica tra le maggiori banche centrali insieme a quella giapponese a non aver allentato i tassi di interesse (oggi al 4%), ma per di più continua a dirsi pronta ad agire sulla leve della politica monetaria per combattere l’inflazione. Di conseguenza l’euro, sceso sui mercati asiatici sotto la soglia di 1,44 dollari, è tornato a quota 1,46 rispetto alla moneta Usa che ha perso terreno anche verso lo yen.

Quanto ai singoli settori, il taglio della Fed ha concentrato l’attenzione degli operatori sulle assicurazioni, sulle materie prime e sul settore finanziario, che ha rialzato la testa quasi incurante dei pessimi risultati accusati da Bank of America dopo il ciclone dei subprime: meno 95% l’utile del quarto trimestre a fronte di 5,3 miliardi svalutazioni.