Il riscatto era pronto ma non è stato pagato

La svolta domenica, con l’uccisione del capo dei ribelli del Darfur da parte dei soldati sudanesi. Il gruppo rintracciato grazie ai satellitari

Un capo bastone dei ribelli del Darfur ucciso, la traccia lasciata dai telefoni satellitari usati dai rapitori e i nostri corpi speciali sul terreno pronti a intervenire. Sono questi i retroscena della liberazione degli ostaggi inghiottiti dal deserto. Con un riscatto che stava per essere pagato, ma alla fine non sarebbe stato versato un euro, come ha ribadito ieri il ministro degli Esteri Franco Frattini.
«I rapitori e gli ostaggi non sono mai usciti da un cerchio elettronico in cui li avevamo intercettati e individuati, nonostante i loro spostamenti. Tutti hanno dato una mano, gli egiziani, i sudanesi e anche i servizi libici» sostiene una fonte del Giornale nella nostra intelligence al Cairo.
Le due telefonate giornaliere fra i negoziatori e i sequestratori servivano a mantenere «il cerchio» attorno alla banda di ribelli del Darfur, che aveva rapito gli 11 turisti e gli 8 accompagnatori egiziani. Nel frattempo dalla base di Livorno del 9° reggimento Col Moschin, i corpi speciali italiani, era partito una piccola avanguardia verso l’Egitto. Una decina di persone, con specialisti della marina, dei carabinieri e dell’aeronautica, che avevano un compito di ricognizione per un eventuale intervento armato. E soprattutto di coordinare un piano con gli alleati e gli egiziani. I distaccamenti veri e propri di corpi speciali italiani, sotto il comando del Col Moschin non sono mai partiti, ma erano in stato di allerta pronti ad intervenire. Assieme agli italiani sono arrivati nel deserto i commando tedeschi, compreso il famoso Gsg9 e gli incursori della marina.
Alla fine non è stato necessario scatenare il blitz per liberare l’ostaggio, come ha confermato la presidenza del Consiglio. «La svolta è avvenuta domenica quando i sudanesi hanno intercettato la colonna con il capo dei rapitori uccidendolo assieme a cinque suoi uomini» racconta la fonte dei servizi.
I sudanesi puntavano da tempo a far fuori Adam Bakhit, uno dei leader delle fazioni dei ribelli che combattono in Darfur. La regione occidentale del Sudan travolta da una sanguinosa guerra etnica. Bakhit è un membro della tribù Zaghawa, che ha legami di clan anche in Ciad con il regime del presidente Idriss Déby. Il capo bastone dei guerriglieri era un oppositore interno del leader del Movimento per la liberazione del Sudan, Minni Arkou Minnawi. Quest’ultimo aveva firmato una tregua con il governo di Khartoum, che sembra sia andata a rotoli pochi giorni prima del 19 settembre, quando sono stati rapiti i turisti. Bakhit si è alleato con l’altra grande formazione guerrigliera del Darfur, il Movimento per la giustizia ed eguaglianza. Una fazione appoggiata dal Ciad, che accusa il Sudan di fomentare a sua volta i ribelli ciadiani. In mezzo a questo vespaio sono finiti i turisti. «Ma i sudanesi nello scontro a fuoco con il capo dei rapitori hanno catturato vivi due elementi», spiega la nostra fonte. I due prigionieri sono serviti per la conferma che gli ostaggi erano vivi e per ottenere altre preziose informazioni.
La morte del capo dei rapitori ha scompaginato le carte. Sembra che si stesse per pagare un riscatto o che in parte fosse già stato versato. Quando i collegamenti telefonici si sono interrotti il resto della banda, che fa la guardia agli ostaggi, è entrato in fibrillazione. A questo punto le versioni divergono. Secondo i sudanesi e i servizi italiani «gli ostaggi sono stati abbandonati in un’oasi» per timore di ulteriori rappresaglie. Gli egiziani sono andati semplicemente a prenderli a bordo di elicotteri.
Dal Cairo, fonti del ministero della Difesa egiziano, parlano invece di una sanguinosa imboscata alla banda per liberare gli ostaggi. Forse, però, l’operazione è avvenuta dopo il rilascio dei sequestrati, come rappresaglia.
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