Rischia lo stop il processo a Riina

Tra poco saranno passati vent’anni dal pomeriggio di maggio in cui Alfio Trovato, esponente emergente della mafia catanese al nord, venne affiancato in fondo a viale Palmanova e crivellato di colpi. E la verità su quel delitto - che secondo molti osservatori segnò un punto di svolta nella cronaca della Milano nera - sembra destinata a non scoprirsi mai. Dopo lustri di silenzio, il pm dell’antimafia Marcello Musso è riuscito a portare sul banco degli imputati colui che in quegli anni era il Capo dei Capi di Cosa Nostra: Totò Riina. Ma il processo a Riina, detenuto nel reparto di massima di sicurezza di Opera, si è scontrato con difficoltà di ogni genere. Faticosamente si era arrivati a un passo dal traguardo: il 31 ottobre Musso aveva pronunciato la sua requisitoria, chiedendo l’ergastolo per il padrino, e alla sentenza mancavano solo le arringhe della difesa. Ma adesso si rischia una nuova tegola: il giudice Filippo Grisolìa, che sta presiedendo la Corte d’assise, è stato trasferito a Roma, come capo di gabinetto del nuovo ministro della giustizia, Paola Severino. E il processo, a meno che gli avvocati di Riina non diano il loro permesso, dovrà ripartire da zero.
Perché è così importante, nella cosmogonia della criminalità sotto la Madonnina, l’ammazzamento di Trovato? Perché appartiene a un ciclo di delitti - a partire dall’assassinio a Liscate di Gaetano Carollo, capo del mandamento di Resuttana - che sanciva definitivamente il controllo di Cosa Nostra siciliana sulle sue colonie settentrionali. Era la Cupola controllata dai corleonesi, a decidere chi a Milano dovesse comandare, vivere o morire. E anche la morte di Trovato, secondo il pm Musso, va inserita in quel contesto.
Totò Riina, va detto, si è sempre proclamato innocente: dalla sua cella di Opera, da cui sa già di essere destinato ad uscire solo a piedi in avanti, il Capo dei capi ha tenuto a far sapere che della morte di Trovato non sa nulla. Per questo ha scelto di essere presente finora a tutte le udienze: per motivi di sicurezza non lo portano fisicamente in aula, ma un collegamento televisivo lo mostra, silenzioso e composto, vecchio e lievemente gonfio, seduto al banchetto di una stanza del carcere. Ma non ha chiesto di prendere la parola. E il pm ha ritenuto inutile interrogarlo.
Nella sua requisitoria del 31 ottobre, il sostituto procuratore Musso aveva spiegato perché i «pentiti» che indicano in Riina il mandante dell’omicidio di Trovato sono credibili. Ma su tuta l’indagine di Musso - che insieme alle morti di Trovato e Carollo riguardava altri tre delitti di quella stagione - si è consumato uno scontro tra Procura e tribunale. Per due volte, dall’ufficio del giudice preliminare è arrivata una bocciatura delle richieste del pubblico ministero: una prima volta quando venne respinta la richiesta di ventidue ordini di custodia avanzata da Musso; una seconda volta quando la maggioranza degli imputati che avevano scelto il rito abbreviato è stata assolta. Paradossalmente, gli unici a uscire condannati dal giudizio abbreviato furono i due «collaboratori di giustizia» Giovanni Brusca e Salvatore Facella, insieme a Santo Mazzei, un luogotenente dei clan catanesi. Ma contro quella sentenza la procura ha depositato nei giorni scorsi un ricorso di 400 pagine.
La sentenza a carico di Riina poteva essere l’occasione per mettere un punto fermo in questo garbuglio: ma ora il trasferimento del giudice rischia di rispedire tutto in alto mare, come la nave di Ulisse quando era ormai in vista di Itaca.