Il rischio di diventare terra di nessuno

Livio Caputo

A fare soprattutto impressione sono la rapidità e la determinazione con cui il governo di centrosinistra - disunito su tanti altri temi - sta smantellando pezzo per pezzo non solo la lettera della legge Bossi-Fini sull'immigrazione, ma la stessa filosofia che ispirava fin qui la materia. Da un tentativo, neppure sempre riuscito, di pilotare e controllare il fenomeno, si sta passando, a colpi di decreti e disegni di legge, alla politica delle porte spalancate, al deliberato tentativo di trasformare l'Italia nel Paese più accogliente d'Europa per l'immigrazione extracomunitaria, senza alcun riguardo per l'identità nazionale. Nel giro di qualche settimana abbiamo avuto una maxisanatoria per 3-400 mila clandestini, la liberalizzazione dei ricongiungimenti familiari, la riluttanza ad espellere gli irregolari beneficiari dell'indulto, un disegno di legge per dimezzare i tempi necessari ad acquisire la cittadinanza italiana e un altro per dare il voto amministrativo agli stranieri con più di cinque anni di residenza: siamo cioè in presenza di una vera e propria rivoluzione, che secondo il ministro della Solidarietà sociale Ferrero, il rappresentante di Rifondazione comunista nel governo che è il principale ispiratore della svolta, ci «consentirà di allinearci ai Paesi più civili d'Europa», ma che secondo l'azzurra Isabella Bertolini trasformerà l'Italia in una «terra di nessuno». Al di là degli ideali terzomondisti, lo scopo principale di tanta fretta è, per ammissione dello stesso Ferrero, quello di assicurare, sia a livello nazionale, sia a livello locale, un sicuro serbatoio di voti a una coalizione che neppure la scorsa primavera, nelle condizioni più favorevoli, è riuscita ad andare oltre la metà dei consensi e che, dopo pochi mesi di governo, si ritrova già in minoranza nei sondaggi. Per fortuna, gli ultimi due provvedimenti, quello sulla cittadinanza e quello sul voto amministrativo (che è addirittura di rilevanza costituzionale, e quindi richiederà maggioranze qualificate) devono ancora passare al vaglio del Parlamento e - se la Casa delle Libertà sarà compatta - potranno essere impallinati in Senato.
Ma vediamoli da vicino, questi freschissimi disegni di legge che dovremo discutere alla ripresa autunnale. Nel portare da dieci a cinque anni di residenza il requisito per chiedere la cittadinanza italiana, il provvedimento varato in Consiglio dei ministri aprirà nel corso di questa legislatura le porte a un numero crescente di potenziali aspiranti: 900 mila nel 2007, un milione e mezzo nel 2008, fino a tutti i circa tre milioni regolarizzati nel 2010. Il numero, peraltro, è destinato a crescere ancora di più, in maniera addirittura esponenziale, per effetto dei ricongiungimenti e di altre, inevitabili sanatorie. Fino adesso, c'erano due limitazioni: la richiesta di un «reddito soddisfacente» e di una fedina penale pulita, ma dalle prime indicazioni sembrerebbe che anche queste siano destinate a cadere.
All'accorciamento dei tempi per le domande si accompagna il parziale passaggio dallo jus sanguinis, in base al quale acquisiscono la cittadinanza solo i discendenti di italiani, allo jus soli, che darà diritto ad avere il nostro passaporto ai figli di tutti gli stranieri che nasceranno in Italia: un ennesimo, potente, incentivo a stabilirsi da noi che, è vero, esiste anche in Francia e in altri Paesi comunitari. Ma, a guardare alla situazione in questi «Paesi civili» cui, secondo Ferrero, dovremmo adeguarci, non c'è davvero da stare allegri: molti beneficiati di queste leggi sono diventati casseurs nelle banlieues francesi, o addirittura terroristi a Londra. Come dice il senatore Malan, se l'anno scorso la nuova legge fosse già stata in vigore, non avremmo potuto neppure espellere il famigerato imam di Carmagnola (e molti altri estremisti islamici sospettati di preparare attentati).
Quanto alla concessione dell'elettorato attivo e passivo a livello comunale e provinciale, dovrebbe avere lo scopo di coinvolgere gli extracomunitari «buoni» nella gestione delle nostre istituzioni. In tempi normali, potrebbe anche essere una soluzione ragionevole, che ha dato qualche buon risultato all'estero. Lo stesso Fini ha, a un certo punto, espresso parere favorevole, anche se poi il partito gli ha fatto fare marcia indietro. Oggi come oggi, tuttavia, ci sarebbe il rischio che nuovi «partiti etnici», soprattutto musulmani, diventino l'ago della bilancia in molti comuni, con il potere di imporre le proprie richieste alla comunità.
Forse è eccessivo sostenere, come fa il senatore leghista Galli «che il governo sta dando il colpo di grazia a quel poco che resta della nostra civiltà». Certo, ha in animo di cambiare radicalmente (e un po' surrettiziamente) l'Italia, esasperando la corsa a una società multietnica, multiculturale e multireligiosa che in molti cittadini continua a destare timori e perplessità.
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