Rischio Eurasia

Franco Frattini e il giornalista Carlo Panella, rispettivamente sul Giornale e sul Foglio, hanno scritto due articoli sulla questione turca e sono incappati perlomeno in un grave errore. I due articoli, nonostante Frattini e Panella di recente abbiano scritto un libro insieme, differiscono nel linguaggio ma non nella comune asserzione secondo la quale il genocidio turco degli armeni sia una materia di cui l’Unione Europea non dovrebbe più di tanto occuparsi, questo perché i due popoli starebbero già risolvendola attraverso una commissione congiunta. Ciò hanno scritto.
Il contenzioso, ricordiamo, sarebbe la mera ammissione che i turchi nel 1915 deportarono e affamarono e violentarono e decapitarono e impalarono un milione e mezzo di cristiani armeni, ciò che la storiografia turca nega a tutt’oggi. Scrive Frattini: «Il Parlamento europeo ignora la decisione del premier turco di affidare coraggiosamente ad una commissione, cui gli armeni hanno tra l'altro aderito, il compito di far luce su questa pagina sanguinosa». Sentenzia Panella: «La Vecchia Europa entra a gambe giunte nel dramma storico che turchi e armeni stanno risolvendo con la trattativa, boicottando così la reciproca volontà di pacificazione». Commissione? Trattativa? Pacificazione? Frattini e Panella forse ignorano che la commissione, in realtà, non esiste più, anzi in un certo senso non è mai esistita: nacque in segreto su finanziamento del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, ma i quattro esponenti armeni che vi presero parte (i turchi erano sei) più volte furono invitati a dimettersi dal governo armeno che non vi aderì mai.
La Commissione fece tuttavia in tempo a rivolgersi ad un neonato organismo, l’Istituto di Giustizia Transizionale, affinché il medesimo si esprimesse sull'applicabilità o meno del termine genocidio, ma poi successe che i sei membri turchi intimarono all’Istituto di annullare la richiesta: da qui le dimissioni dei membri armeni nonché l'esaurimento di una commissione peraltro mai riconosciuta. Non solo: venne fuori che la premessa della Commissione stessa era che non si occupasse del genocidio ­ non fu chiaro di che cosa doveva occuparsi ­ e la conferma giunse da un’incauta intervista rilasciata dal membro turco Ozdem Sanberk: «Lo scopo principale della commissione», disse, «è di impedire le iniziative a favore del genocidio del Congresso degli Usa e dei Parlamenti occidentali». Lasciando poi da parte lo strabiliante negazionismo di Carlo Panella, che scrive l’espressione «genocidio degli armeni» tra virgolette e ammette solo una «pulizia etnica» che avrebbe ucciso 300mila persone e non un milione e mezzo, resta notevole che persino Frattini abbia scritto di «improvvisa preoccupazione europea» per la questione armena, con Panella a chiosare che «l’Ue accampa scuse, alibi e pretesti» nonché «miopi interessi di bottega elettorale»: come se l’Europarlamento si fosse svegliato ieri mattina e non nel 1987, anno della prima mozione che chiedeva alla Turchia di riconoscere il genocidio come condizione per entrare in Europa; e come se in questi anni, soprattutto, il genocidio non fosse già stato riconosciuto da Argentina, Russia, Grecia, Libano, Belgio, Cipro, Svezia, Bulgaria, Francia (addirittura con una legge) e soprattutto Vaticano (l'attivismo di Giovanni Paolo II fu straordinario) e infine dall’Italia: il Parlamento italiano, all’unanimità e su proposta di un membro di questo governo, allora all’opposizione, riconobbe il genocidio armeno il 17 novembre 2000.
A non riconoscere il genocidio armeno, dato il loro eccellente rapporto coi turchi, sono rimasti giusto Inghilterra, Germania, Israele e Stati Uniti: l’opportunità politica in questo caso consiste nel non ammettere, formalmente, qualcosa che è però inopinatamente esistita. La Turchia, frattanto, consolidava un negazionismo davvero poco europeo. L’estate scorsa, nello stesso periodo in cui la stampa italiana raccontava della commissione inesistente, entrava in vigore il nuovo articolo 306 del codice penale di Ankara che punisce con dieci anni di carcere chiunque affermi che gli armeni hanno subìto un genocidio; pochi mesi prima, l’8 marzo, la Bbc rendeva invece noto che sarebbero stati cambiati tutti i nomi di animali che facessero riferimento all’Armenia o al Kurdistan: il ministero dell'Ambiente spiegò che la pecora chiamata Ovis Armeniana sarebbe stata ribattezzata Ovis Orientalis Anatolicus, il cervo chiamato Capreolus Armenus sarebbe divenuto Capreolus Cuprelus, la Volpe Kurdistanica sarebbe diventata Vulpes. E via così. Questo, ammisero, per salvaguardare la purezza turca. Il resto, più serio, è noto. La Turchia è un Paese che riverserebbe in Europa settantun milioni di musulmani, un Paese in cui le donne sono completamente assenti dalla vita pubblica, un Paese in cui cinque ragazze sedicenni che stavano facendo un bagno in mare con il chador, si ricorderà, furono lasciate affogare perché la religione islamica proibiva ai bagnini di poterle toccare, è un Paese in cui Amnesty International ha rilevato violazioni e torture e sevizie da noi inimmaginabili.
Si può credere che una Turchia europea limiterebbe l’espansione dell’Islam fondamentalista, ma nondimeno si può credere che ciò snaturerebbe quelle radici che l’Europa ha assai bisogno di ritrovare: e che affondano, anche, nella viva memoria dei propri errori e dei propri genocidi, nella salvaguardia delle istituzioni dello Stato liberale, nei valori fondamentali quali per esempio lo Stato di diritto e il rispetto delle minoranze etniche e politiche. Altrimenti, come disse qualcuno, diventa Eurasia.