Rischio globalizzato

Il Forum di Davos è più una vetrina per le élite del sistema globale che un luogo di veri confronto ed ideazione. Ma ha rilievo perché fa trasparire le idee correnti sullo stato della globalizzazione da parte dei protagonisti. Bill Emmott, ex-direttore dell'Economist, ha scritto che lo fa sempre in ritardo e mai in anticipo. Forse, ma quest'anno il Forum, pur tra le righe, ha confermato la preoccupazione che da tempo gli analisti tracciano nei loro scenari: la globalizzazione è a rischio, servono rimedi sistemici e non solo rattoppi.
L'indagine sui rischi percepiti dalle élite globaliane ha mostrato che quello principale non è più il terrorismo, nemmeno il prezzo del petrolio, ma il protezionismo, in correlazione con la paura del crollo del dollaro. Ciò indica che la preoccupazione non riguarda solo il fatto che i negoziati presso l'Organizzazione mondiale del commercio (WTO) si trovano in stallo da tempo. La WTO è il luogo di costruzione tecnica del mercato globale perché lì gli Stati nazionali negoziano gli accordi di libero scambio bilanciandoli con i loro interessi nazionali. Il blocco di tale sistema è un pessimo segnale di neoprotezionismo. Ma è un sintomo. La causa è che l'America, portatrice della pressione globalizzante, non ha più forza ordinatrice perché sta diventando troppo piccola, in relazione ai giganti emergenti. È ormai piccola per imporre le regole di «buona» globalizzazione. Resta sufficientemente potente per sostenere la sicurezza mondiale.
Infatti le élite globali temono di meno il terrorismo ed il prezzo del petrolio perché vedono che c'è ancora un difensore della fiducia globale contro chi vuole minarla. E sono ottimisti nel breve periodo perché, nonostante i guai di Bush, l'aggressività islamica ha trovato un contrasto efficace. Ma, in prospettiva, vedono la crisi di scala della Pax Americana che ha retto il mondo dal 1945 in poi. L'America non riesce più ad ordinare i poteri emergenti perché questi sono più grossi. La Cina vuole l'accesso al mercato globale senza rinunciare a protezionismi ed alla concorrenza sleale sia valutaria sia commerciale. Non vuole dare ordine al proprio sviluppo interno, cumulando rischi di instabilità che senza correzioni la faranno implodere tra qualche anno, devastando il globo intero. La Russia, frustrata dall'impossibilità di siglare alleanze con gli Usa e con la Ue, ha deciso di rifare impero appena i prezzi dell'energia sono saliti (2005) e le hanno permesso di usarla come arma di ricatto geopolitico.
In sintesi, Mosca, Pechino, ma anche i Paesi neobolivaristi e quelli islamici, stanno usando la loro forza economica od energetica per costituirsi come blocchi/imperi regionali che partecipano al mercato globale senza rispettarne le regole di equilibrio e mantenendo modelli interni inefficienti ed autoritari. Anche se non vorranno rompere il giocattolo globale perché ci fanno i soldi, tuttavia aumenterà o resterà elevato il tasso di protezionismo e di concorrenza sleale o di ricatto geoeconomico sia per difendere modelli interni autoritari ed inefficienti sia per scopi di potenza. In tale scenario di transizione dall'Impero agli imperi è probabile che la globalizzazione finirà per frammentazione. L'unica soluzione realistica per evitarla è quella di dare una seconda gamba alla Pax Americana zoppicante: integrare i mercati europeo ed americano, in prospettiva euro e dollaro, per costituire un «nucleo occidentale» forte abbastanza sia per imporre alle altre potenze buone regole di mercato globale sia per includere quelle compatibili per modello democratico, Giappone, India, forse Russia (si veda www.lagrandealleanza.it). Merkel, a nome della Ue, ha proposto a Bush una prima convergenza euroamericana, la cui valutazione è in agenda per il 30 aprile, con questo intento di fondo. Ma l'America è riluttante a riconoscere la propria crisi di potenza e l'Europa non ha ancora la coesione per tornare ad essere impero. Il punto: capire che senza il volo dell'aquila euroamericana la globalizzazione, ora in bilico, si dissolverà. E la nostra ricchezza con essa.
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