A rischio il quinto dello stipendio con il Tfr sottratto alle imprese

È il prestito più diffuso fra gli italiani, garantito dai fondi aziendali delle liquidazioni. Ma con il passaggio all’Inps, sarà più difficile ottenere credito e i consumi caleranno

Stefano Filippi

L'Italia è un Paese che vive a rate e il sistema preferito per indebitarsi si chiama cessione del quinto dello stipendio. Non è un debito vero e proprio, ma un modo per avere a disposizione subito una parte delle retribuzioni future. Un sistema senza troppi vincoli, che muove somme non troppo impegnative, garantito dalla solidità del datore di lavoro e soprattutto dai fondi aziendali delle liquidazioni. Se dovessero insorgere problemi, il tesoretto del Tfr è lì a copertura. Ma che cosa succederà se - come prevede la legge finanziaria - il Tfr verrà sfilato, anche solo in parte, dalle casse delle imprese? Risposta scontata: sarà più difficile ottenere credito, la gente spenderà un po’ meno, si ridurranno i consumi. E la stretta non colpirà i redditi più elevati, quelli che non hanno bisogno di indebitarsi per comprare il tv al plasma o il motorino ai figli, ma i ceti medi: proprio i contribuenti che il governo dice di voler tutelare.
Cessione «boom». Nel 2005 si calcola che circa 23 milioni di persone abbiano stipulato un prestito a rate: un italiano su due tra i 18 e i 79 anni. Un mercato enorme, che va dal mutuo per la casa ai finanziamenti per auto, vacanze, elettrodomestici nuovi, lavori di ristrutturazione, e mille altre spese. «Nel totale dei prestiti personali, il comparto che ha fatto segnare la crescita maggiore è proprio quello della cessione del quinto dello stipendio», rileva Oscar Pischeddu, presidente della Basis spa, società di consulenza specializzata nell'erogazione di crediti. Il numero di operazioni - dice Pischeddu - è cresciuto del 27%, mentre il denaro erogato è salito del 38%. E nel primo semestre del 2006 si registra un ulteriore aumento del 40% rispetto allo stesso periodo del 2005. La consistenza media delle singole somme va da 10mila a 15mila euro.
Formula vincente. Dov’è il segreto di questo successo? I punti di forza sono parecchi. Per il lavoratore non è un debito da fronteggiare, ma un’anticipazione di un reddito futuro. Per la società finanziaria che effettua il prestito è un’operazione a basso rischio, perché le somme sono garantite dalle buste paga e dalle liquidazioni, cioè dalla solidità del datore di lavoro. Rispetto ai tradizionali crediti al consumo la libertà è maggiore. Non è necessario indicare la destinazione dei soldi (auto, viaggi, eccetera) né motivare in alcun modo la richiesta: quei soldi possono anche servire a saldare debiti contratti altrove. La dilazione di pagamento può raggiungere fino a 120 mesi, la somma è rifinanziabile, possono accedervi anche persone protestate o pignorate, non serve troppa documentazione, l'operazione è assicurata da polizze sulla vita e sulla perdita del lavoro. Ed è un diritto del lavoratore.
Pochi vincoli. La cessione del quinto dello stipendio è riservata appunto a chi ha una busta paga, cioè i dipendenti pubblici e privati e i pensionati: i lavoratori autonomi ne sono esclusi, così come gli assunti con contratti a tempo determinato. Per ottenerla basta rivolgersi a una società finanziaria autorizzata e concordare il tasso d'interesse e l'ammontare della rata, che non può superare il 20% (cioè un quinto) dello stipendio e resta fissa per la durata concordata. La ditta che eroga il denaro prende contatto con il datore di lavoro, il quale non può tirarsi indietro. Ogni mese la somma pattuita verrà trattenuta dalla busta paga e versata alla società finanziaria.
«Rischio Prodi». Oggi questa formula vecchia di oltre 50 anni, nata nell'immediato dopoguerra per favorire i consumi (la prima regolamentazione è contenuta in un Dpr del 5 gennaio 1950), è messa a rischio dalla legge finanziaria in discussione. Il Tfr accantonato, infatti, viene messo a disposizione di chi concede il prestito come garanzia: il datore di lavoro, al momento di stipulare un contratto, firma una dichiarazione in cui vincola il Tfr presente e futuro a favore dell'erogante. In questo modo, se per un qualsiasi motivo il lavoratore perdesse il posto, la società finanziaria è autorizzata a prelevare dalla liquidazione la cifra necessaria a estinguere il debito residuo. Ma se verrà dimezzato il Tfr accantonato presso le aziende, chi presterà le garanzie adeguate? L'Inps? I sindacati? Da chi bisognerà andare a chiedere soldi in caso di insolvenza? E quanto tempo ci vorrà per ottenerli? Domande per ora senza risposta.