Alla riscoperta dei film di Godard tra muse ispiratrici e critica politica

Jean-Luc Godard alla fine degli anni Cinquanta scriveva di cinema, prima di reinventarlo. Sui Cahiers du Cinéma di André Bazin scrisse le pagine più appassionate, vere e proprio lettere d’amore indirizzate al cinema. Riuscì a teorizzare, a mettere nero su bianco, il ruolo che nella Settima Arte spettava all’autore e spiegò come nel cinema non esistono film belli o brutti, ma solo buoni e cattivi registi. Poi «alle parole seguirono i fatti», e Godard imbracciò la macchina da presa, diede forma alle sue idee e scardinò le regole che fino ad allora tenevano in ostaggio il cinema francese tradizionale.
Da domani a domenica 25 giugno all’Isola del Cinema (Isola Tiberina) ci sarà una rassegna di tre film di uno del padre del cinema contemporaneo, Jean-Luc Godard. Si parte dalla leggenda A bout de souffle (Fino all’ultimo respiro alle 22.15 alla sala Cinelab), l’opera prima di Godard (1960), la pellicola che ha dato il soffio vitale alla Nouvelle Vague, e che presto ne divenne il manifesto: con questo film, scritto da Franóois Truffaut, Godard ha rivoluzionato il linguaggio cinematografico e ne ha sfidato le regole. Era il primo respiro della Nouvelle Vague, dal sapore del cinema amato da Godard e dagli altri «giovani turchi», quello di Howard Hawks, del noir americano, delle sigarette, degli Humphrey Bogart, e delle donne fatali. E fu Jean-Paul Belmondo a vestire i panni del mascalzone, e alla splendida Jean Seberg toccò il ruolo dell’amante americana. Ma in ogni scena di A bout de souffle le regole del montaggio, della sequenza narrativa e della recitazione furono fatte a pezzi. Godard voleva consegnare la libertà al cinema di sganciarsi dal testo, di trovare nell’improvvisazione quell’anello di congiunzione tra arte e vita: e quelle che all’inizio sembrarono più che irriverenze, ma gravi mancanze, si rivelarono presto punti di forza e colonne portanti del cinema di domani. Poi arrivò per Godard il periodo del film politico: Le petit soldat (sabato al cinelab 22.15), che parla della guerra in Algeria, resta uno tra i suoi film più importanti perché segnò l’inizio de «l’epoca Karina». L’attrice danese Anna Karina è stata infatti la musa di Godard in molti film, lo stesso regista si innamorò perdutamente di lei e la sposò. L’importante parentesi Karina si chiude con Made in Usa (domenica al Cinelab sempre alle 22.15), definito dal regista «film po», cioè politico, poliziesco e poetico.