La riscoperta del liceo

La nostra scuola è davvero così disastrosa come vorrebbero farci credere le proteste studentesche abilmente pilotate da mano politica?
Voglio sottolineare tre aspetti per rispondere alla domanda.
Il primo riguarda il numero di iscrizioni nella scuola media superiore che ha raggiunto una elevatissima percentuale mai prima registrata.
Si sa che si può costringere a fare qualcosa con leggi e con sanzioni. Per esempio, si cerca di far rispettare, con multe severe, i limiti di velocità nelle strade; oppure la legge obbliga a mettere il casco quando si va in motocicletta. Chiari esempi che possono essere estesi a tutte le realtà della nostra convivenza.
Tuttavia si sa che leggi, multe, sanzioni hanno la loro efficacia se c’è una cultura che ne comprende il valore e la necessità. Si può obbligare ad andare a scuola, si può suggerire la frequenza ma, se non c’è una convinzione personale profonda che ciò sia giusto e utile, leggi e suggerimenti vengono facilmente disattesi.
Il fatto che tante famiglie decidano di iscrivere i loro figli ai licei è la prova più semplice e immediata che c’è una rinnovata fiducia nella funzione della scuola e nella sua nuova struttura organizzativa.
La riforma Moratti prevede otto licei: artistico, classico, economico, linguistico, musicale e coreutico, scientifico, tecnologico e delle scienze umane. I licei artistico, economico e tecnologico sono, inoltre, articolati con indirizzi specifici.
È evidente che la nuova offerta formativa adeguata alla modernità della nostra cultura e alle esigenze del mercato del lavoro sia stata accolta con grande fiducia dalle famiglie italiane. Una fiducia che è l’unica strada che porta i giovani dentro le aule per studiare seriamente, e che è anche il primo gradino della scala sulla cui sommità c’è la dignità del professore, dignità troppo spesso e indecentemente calpestata.
Il secondo aspetto da sottolineare riguarda il nostro atteggiamento sempre molto devoto e ossequioso ai pareri che arrivano da oltrefrontiera. Vecchie soggezioni mai superate, su cui però non voglio intrattenermi. Comunque, nell’accettare senza discutere questa soggezione, può essere interessante osservare che l’Economist, mai troppo indulgente con i politici italiani, abbia sottolineato il lodevole impegno e gli ottimi risultati raggiunti dal ministro Moratti.
Agli osservatori stranieri non è sfuggito il grande lavoro di riforma della scuola in tutti i suoi gradi di istruzione che ha rinnovato una struttura organizzativa vecchia di cent’anni adeguandola alle esigenze della nostra società. E non solo: viene evidentemente apprezzato l’impegno economico del governo nel sostenere una fondamentale riforma, con la consapevolezza che lo sviluppo economico-culturale di un Paese inizia con la sua scuola.
Per quanto riguarda l’ultimo aspetto che intendevo sottolineare, mi limito a indicare qualche cifra. Non è un mistero che la qualità di una scuola dipenda innanzitutto dalla qualità dei suoi docenti, e dunque dal modo in cui vengono reclutati. Vediamo cosa è successo nell’università italiana tra il 30 marzo 1999 e il 15 luglio 2002 nel pieno della applicazione della legge sui concorsi universitari varata dal governo di sinistra. Nel periodo indicato ci furono 15.232 concorsi per un totale di 16.581 posti messi a concorso. Di questi, si sono conclusi 10.852 concorsi, di cui 2.346 per professore ordinario, 2.709 per professore associato e 5.797 per ricercatore. I posti a concorso sono pari quasi al 20 per cento dell’intero personale docente delle università. Dunque, una quota di grande rilevanza. Tra i professori ordinari, il 90,4 per cento dei vincitori proviene dallo stesso ateneo, cioè era professore associato nello stesso ateneo prima del concorso. A Palermo, Orientale di Napoli, Politecnico di Bari e Università della Basilicata cento per cento. Pisa, Genova e Lecce: oltre il 98 per cento. Bologna e Salerno oltre il 95 per cento. Non sono riuscito ad avere le percentuali di altri atenei in cui si è perpetrato questo sconcio nepotismo, che ha perfino ignorato le più elementari regole del buon gusto. Per tacere, ovviamente, di quelle scientifiche. Solo l’1 per cento dei professori messi nei ruoli ordinari tra il 1999 e il 2002 proviene da università di altri Paesi, dove la mobilità internazionale dei docenti è la regola e non l’eccezione.
Vorrei ricordare che non ci furono neppure un minuto di sciopero e nemmeno l’occupazione di uno scantinato di scuola per denunciare la vergogna di quella legge. Oggi la riforma Moratti l’ha cancellata e ci sono stati scioperi e occupazioni di scuole e università.