Riscrivere i libri di testo

È un anno importante per la scuola italiana che, si potrebbe dire, incomincia anch’essa a fare i suoi esami. Una radicale riforma ne cambierà gradatamente l’impostazione, il modello formativo, perfino i nomi con cui eravamo abituati a chiamare il tipo di indirizzo di studio scelto dai ragazzi. Cambiano molte situazioni e inevitabilmente dovrebbe cambiare anche il modo di affrontare le discipline. Comunque, ciò che resta è la relazione tradizionale tra lo studente, l’insegnante e il libro di testo.
Sui ragazzi vorrei soltanto ricordare che quanto più i genitori saranno vicini ai propri figli aiutandoli negli studi, cercando di conoscere i problemi del loro apprendimento, partecipando alle loro emozioni, tanto più loro andranno a scuola volentieri e daranno buoni risultati.
Sugli insegnanti mi limito ad osservare che svolgono un lavoro delicatissimo, avendo nelle loro mani il futuro della società. Inutile dire quanto dovrebbero essere valorizzati e messi nelle condizioni di dare il meglio di sé anche con retribuzioni che non siano umilianti, come quelle che percepiscono oggi.
I libri di testo? Qui c’è da fare qualche riflessione perché, come sa chi insegna, questi rappresentano una traccia su cui si muove il professore per sviluppare la didattica. Un orientamento generale della riforma è quello di costruire il cittadino europeo: un’idea che può essere discussa nella sua astrattezza, ma che è corretta se si pensa che l’unità europea è diventata un obiettivo fondamentale del nostro sviluppo democratico. Un’Europa costruita da trattati, da istituzioni, da normative economiche e finanziarie comuni non realizza nessuna unione: certo, si potrà avere un’unione formale, ma non sostanziale, che è quella basata sulla cultura. Evidente, allora, l’importanza della formazione di un ragazzo nella scuola e di ciò che lì imparerà.
I libri di testo, che dovranno adeguarsi allo scopo di fornire agli insegnanti gli strumenti idonei per formare il nuovo cittadino europeo, sfumeranno inevitabilmente la componente nazionale della nostra tradizione culturale per integrarla con quella degli altri Paesi europei. Già circolano alcuni testi scolastici che cercano di interpretare la riforma: in linea generale - e mi scuso dell’inevitabile approssimazione - si privilegia un tema: ad esempio, il mito, il progresso, la bellezza, mettendo in subordine l’idea dello sviluppo storico dei problemi. Il motivo è facilmente comprensibile: si diminuisce l’attenzione sulla storia nazionale per favorire una visione più ampia possibile (europea) della questione. Per esempio: le vicende nazionali che accadono nel XVIII secolo, premessa della grande epopea risorgimentale, si studieranno all’interno del problema generale (Illuminismo), in cui è più facile mostrare gli intrecci di tutta la cultura europea.
Questo stesso progetto di apprendimento scolastico vale anche per ciò che noi generalmente chiamiamo «letteratura». L’esempio appena fatto per lo studio della storia si può applicare allo studio della Letteratura. Ma la letteratura italiana, cioè la poesia di Dante e il romanzo di Manzoni, i poemi di Ariosto e Tasso come le novelle di Verga non sono semplici questioni culturali, sono espressione della nostra lingua. Ora, opportunamente, la riforma prevede il potenziamento della lingua straniera; ma la lingua italiana resta quella della nostra comunicazione scritta e orale, così come quella francese per i francesi, quella tedesca per i tedeschi eccetera. La lingua rimane - lo si voglia o no - al centro della nostra identità e, inevitabilmente, della differenza con gli altri europei.
Almeno due saranno le questioni che coloro che si apprestano a scrivere i testi per la formazione scolastica del nuovo cittadino europeo dovranno affrontare: sviluppo storico del problema e sua relazione nel contesto europeo; difesa della nostra lingua nazionale all’interno della tradizione letteraria italiana perché - la si giri come si vuole - noi siamo determinati dalla lingua di Dante e di Manzoni e non da quella di Shakespeare o di Racine.