Risi filma la camorra prima di Gomorra

da Roma
D a camorra a Gomorra e ritorno. Mentre il film di Matteo Garrone sta battendo ogni record di incasso, volando verso i 6 milioni di euro (forse chiuderà a 9), Marco Risi sta per dare il primo ciak a Fortapasc, scritto proprio così. Sta per Fort Apache, ma detto alla napoletana, a evocare l’immagine western sfuggita al sindaco di Torre Annunziata poco prima che il giornalista Giancarlo Siani fosse ammazzato da due sicari della camorra, la sera del 23 settembre 1985, uscendo dalla sua Mehari per rientrare a casa, al Vomero. Aveva venticinque anni, lavorava al Mattino.
Napoli delle emergenze, dell’immondizia, dell’eterno provvisorio. Della camorra. Vedrete che qualcuno griderà alla moda, al ferro da battere finché è caldo, eppure Risi insegue da un lustro il progetto. Saltato nel 2004, quando Stefano Accorsi diede forfeit all’ultimo momento. Adesso pare la volta buona. Risi e gli sceneggiatori Andrea Purgatori e Jim Carrington sanno che lo spettro di Gomorra li tormenterà, durante le riprese e anche dopo, quando il film uscirà. D’altro canto, se le due camorre raccontate sono differenti, perché nel frattempo sono mutate le logiche della violenza e degli affari, e con esse le facce, i vestiti, i modelli sociali, i miti di riferimento, è anche vero che il regista di Mery per sempre ha voluto nel suo film qualcosa di Gomorra: alcuni degli interpreti, tra cui Gianfelice Imparato, Salvatore Cantalupo, il direttore della fotografia Marco Onorato.
Per Risi, dopo Maradona, la mano di Dio, è un ritorno ai temi prediletti. Lui, che ha raccontato i ragazzi sbandati di Palermo, la pazzia metropolitana in chiave pulp, i segreti di Ustica, non vede l’ora di partire, martedì prossimo. Producono la Bibi di Barbagallo, Minerva, Raicinema, più il ministero con 1 milione e 800mila euro. Libero De Rienzo sarà l’occhialuto giornalista dal sorriso aperto e dai capelli sulla fronte; nel cast Valentina Lodovini, Ennio Fantastichini, Michele Riondino, Ernesto Mahieux, già «imbalsamatore» per Garrone e qui capocronista di Castellammare.
Tifoso sfegatato di Garrone, Risi premette: «D’ora in poi non si potrà prescindere da Gomorra. Il film di Matteo segna una svolta nel linguaggio del nostro cinema. Non mi succedeva da tempo. Avevo l’impressione di stare dentro quel mondo terribile. Solo che non era un documentario, bensì un grande film». Il suo Fortapasc sarà diverso, a partire dallo stile. Lo sa anche Purgatori. «Noi raccontiamo una storia più classica, Gomorra è una folle corsa dentro l’inferno», spiega lo sceneggiatore. L’accurato lavoro di ricerca è servito a precisare il clima dentro il quale maturò l’omicidio. «Vede, la struttura della camorra è molto cambiata in questi ventitré anni. La polverizzazione così ben descritta da Saviano, il tutti contro tutti, allora era impensabile. Esistevano clan familiari ben definiti, i Gionta, i Nuvoletta, gli Alfieri, il controllo delle zone rispondeva a patti chiari, di impronta quasi mafiosa. C’era chi controllava i mercati, il porto, la droga, le sigarette...».
Naturalmente Fortapasc, nel ricostruire la vita professionale e gli affetti del «precario» che sarebbe stato assunto il primo ottobre 1985 se il piombo dei killer non avesse chiuso la partita, intende far luce su una morte rimasta per alcuni versi inspiegata. Secondo i pentiti, Giancarlo si giocò la pelle per aver scritto, il 10 giugno 1985, che la cattura di Valentino Gionta, boss di Torre Annunziata, «potrebbe essere il prezzo pagato dagli stessi Nuvoletta per mettere fine alla guerra con l’altro clan di Nuova famiglia, i Bardellino». E siccome Gionta l’avevano beccato a Marano, regno dei Nuvoletta, toccava ai Nuvoletta far fuori l’impiccione per non passare da «infami». Ma la vulgata non convince Risi: «Nello studiare gli atti sono emerse troppe contraddizioni, molti passaggi non reggono». Il regista dice di non voler «assolutamente girare un film didascalico o agiografico, a tesi. Ci interessa raccontare la vita di un giovane giornalista che indaga sui rapporti tra camorra e politica, sugli affari del dopo terremoto, con scrupolo e dedizione». In effetti le sue inchieste sul Mattino avevano colpito nel segno, davano fastidio. Ma perché addirittura sparargli? E soprattutto: perché far passare tre mesi tra l’idea di ucciderlo e l’agguato vero e proprio?
Purgatori ha una teoria: «Fino a metà agosto, in vari vertici, Lorenzo e Angelo Nuvoletta ribadirono che Giancarlo andava punito, mentre Gionta, dal carcere, si opponeva. Alla fine si decise di procedere. Ma solo il 23 settembre i killer entrano in azione. Strano». La risposta è che Siani aveva messo le mani su carte, mai recuperate, che attestavano un livello più alto di complicità tra camorra e politica. «All’esecuzione di camorra e basta io non credo», insorge il fratello di Siani, Paolo, «quella morte è stata decisa ad altri livelli».
Vero? Falso? Nonostante l’epilogo tragico, Risi è convinto che il film spedirà «un messaggio di speranza». La Napoli di Garrone, invece, «è disperata, forse irredimibile, si uccide per niente, capisco perché alla fine del film nessuno fiata: ti fa star male anche dopo averlo visto». Ti parla, Risi, di quell’ultima scena, con la ruspa sulla spiaggia: «Mi creda, resterà nella storia del cinema».