Risi: il mio Maradona un uomo fragile che si è autodistrutto

Il regista: nel film ho voluto analizzare la parte della vita del grande calciatore segnata dalla droga

Roma - Alla fine ci sarebbe dovuto essere anche il volto di Maradona. Quello vero. «Amici in comune mi avevano assicurato che lui sarebbe venuto l’ultimo giorno delle riprese», spiega il regista Marco Risi che per il suo Maradona - La mano de Dios (con la i e la o a rappresentare graficamente il numero 10 della sua celebre maglia) ha trascorso nove settimane di riprese a Buenos Aires. Così l’imprimatur del «più grande giocatore di tutti i tempi» - Risi dixit - non è arrivato, anche se tutta la famiglia, l’ex moglie Claudia ma sua attuale agente e la figlia Dalma, era a conoscenza di ciò che si stava realizzando non senza sollevare dubbi e perplessità. «Ho incontrato Maradona una sola volta a Cesenatico con Gianni Minà a casa dell’ex giocatore del Napoli Salvatore Bagni, ma del film quasi non abbiamo parlato», ricorda il regista che poi aggiunge: «Gli ho spiegato le mie ragioni, la prospettiva che volevo adottare sul suo rapporto di dipendenza con la droga e il desiderio che venisse sul set a girare una scena che gli ho sentito raccontare in un’intervista: “Se anche fossi vestito in smoking bianco e vedo un pallone pieno di fango venire verso di me, io lo prendo di petto e tiro”».

Questo è Maradona secondo Marco Risi che tre anni fa ha preso in mano una sceneggiatura spagnola per portarla sul grande schermo. Dopo varie peripezie «con produttori che non erano all’altezza», ecco l’arrivo di Elide Melli che grazie agli spagnoli della Ombu, la collaborazione di Rai Cinema e il contributo del Ministero dei Beni Culturali ha messo in piedi «il primo film su Maradona» (l’allusione è a quello di Emir Kusturica non ancora pronto) in uscita venerdì in 130 copie, un numero che non soddisfa Marco Risi: «Spero che aumentino perché c’è molta più attesa di quella che la distribuzione 01 crede». Sì perché il regista nato a Milano cinquantasei anni fa è ancora scottato dal cocente flop di L’ultimo capodanno del 1998 e non nasconde che tra i motivi che l’hanno spinto verso Maradona c’era proprio quello «di fare finalmente un film che avesse successo».
Difficile dire se così sarà, ma è certo che a Napoli l’attesa è enorme ed è facile immaginare scene di vera commozione quando il pubblico vedrà «el Pibe de Oro» sbarcare, e siamo nel 1984, nella loro cinematografica città accompagnato dalla canzone di Pino Daniele Je so’ pazzo. Poco importa se attraverso la figura di un boss locale, interpretato da Pietro Taricone, si accenna anche ai suoi contatti con la camorra (ma non ai problemi col fisco e col figlio naturale). La cocaina poi, scoperta a Barcellona e vera protagonista del film, era già da due anni nelle narici di colui «che è meglio ’e Pelè». Ed è su questa falsariga che Risi ricostruisce la parabola della vita di Maradona, usando in particolare la lente «dei conflitti dei personaggi con loro stessi». C’è chiaramente il poverissimo Maradona bambino che muove i primi passi nei campi di calcio di Buenos Aires, ma c’è soprattutto il giocatore adulto, «un uomo molto fragile nel vivere una vita normale» (e le varie fasi d'ingrassamento e dimagrimento sono lì a confermarlo), interpretato da uno straordinario «zelig» Marco Leonardi che racconta: «Lo conoscevo come tutti voi, ho visto tutti i suoi filmati ma ho poi dato sfogo alla mia fantasia. Ho immaginato un uomo generoso, l’amico di tutti, un leader, un ribelle, però vero che non ha mai esitato a dire cose anche abbastanza pesanti sulla Fifa e su un calcio poco pulito».

Poi fortunatamente nel film ci sono anche i gol di repertorio, quei capolavori che anche quando fallosi, come quello celebre con la mano, «di Dio» appunto, durante Messico ’86 contro l’odiato Regno Unito della guerra delle Malvinas, diventano atti non più terreni, quasi soprannaturali.