Il risiko delle banche riparte dall’Europa

da Milano

Questa volta la partita bancaria si gioca lontano dalla Penisola, tra Londra e Amsterdam. Gli effetti si sentiranno però direttamente a Roma, nella sede di Capitalia, e a Padova, in quella di Antonveneta. La britannica Barclays punta a un’offerta sull’olandese Abn Amro, primo azionista, con circa l’8%, dell’istituto di Cesare Geronzi, e padrone assoluto della banca padovana. A confermarlo in serata, in reazione a quella che era ormai un’ondata di indiscrezioni circolate per tutta la giornata, sono stati i due istituti, che hanno parlato di trattative preliminari. Altre indiscrezioni giornalistiche, questa volta del Wall Street Journal, parlavano invece di un interesse per la banca olandese da parte di Bnp e Société Générale. Nell’attesa che la situazione si chiarisse, i mercati ieri non avevano avuto esitazioni: il titolo di Abn è cresciuto del 9,3%, quello di Barclays ha perso poco più dell’1%. A crescere, e non poco, è stata anche Capitalia: più 6,47% a 6,63, anche se c’è da considerare che nel corso dell’ultimo mese il titolo aveva perso più o meno il 6%. Secondo l’interpretazione più diffusa una fusione tra Barclays e Abn rappresenterebbe una svolta in grado di velocizzare al massimo le tanto attese nozze dell’istituto romano.
Che un possibile «merger» tra Barclays e Abn possa cambiare la geografia del sistema bancario europeo (Italia compresa) sono in pochi a dubitarne. L’atteggiamento dei britannici è chiaro: qualche settimana fa il numero uno John Varley, forte degli utili per 12 miliardi di euro nel 2006, dichiarò che il suo istituto voleva crescere «aggressivamente». Quanto ad Abn, i suoi problemi sono noti: a fine febbraio l’hedge fund Tci aveva messo alle strette Rijkman Groenink, dichiarando che la banca era «significativamente sottovalutata» e presentando alcune mozioni destinate a essere votate nella prossima assemblea degli azionisti il 26 aprile: tra di esse che l’istituto provvedesse a uno «spezzatino» di alcune delle sue attività e che si astenesse da altre acquisizioni.
Proprio questa richiesta evidenziava il legame tra l’imbarazzo di Abn e la sua campagna d’Italia. Secondo una interpretazione diffusa tra i critici di Groenink l’acquisizione di Antonveneta, pagata a un prezzo salato, avrebbe mostrato i limiti della strategia olandese, basata su acquisizioni in diversi mercati non in grado di procurare significative sinergie. E tra le possibili acquisizioni da evitare ci sarebbe anche quella di Capitalia.
In vista del delicato appuntamento del 26 aprile anche altri investitori istituzionali avevano espresso il loro malcontento nei confronti del vertice olandese. All’apparenza la strategia di Groenink, che aveva assoldato ben quattro banche d’affari per far fronte alla situazione, era stata difensiva. All’esame, secondo indiscrezioni, c’era la cessione di alcuni asset. Ora però l’atteggiamento potrebbe essere cambiato: i vertici dell’istituto con sede ad Amsterdam avrebbero deciso di accettare una possibile fusione, in un momento in cui hanno ancora un certo spazio di manovra e possono spuntare condizioni più favorevoli, senza aspettare di essere con le spalle al muro. L’acquisizione (nascerebbe la quinta banca al mondo con un valore di Borsa di 123 miliardi di euro) sarebbe la più grande mai effettuata nel settore finanziario: la capitalizzazione di Abn Amro ieri ha raggiunto i 60 miliardi di euro (poco meno di 80 miliardi di dollari) e supererebbe quella conclusa nel 1998 da Citicorp e Travellers del valore di 70 miliardi di dollari. Un segnale significativo: tra 1995 e 2005 sette delle 10 maggiori operazioni tra banche sono state concluse negli Usa. Negli ultimi due anni l’Europa ha preso il sopravvento. E il consolidamento tra i colossi europei potrebbe essere solo all’inizio.