Risolto l'ultimo mistero. I funerali di Milosevic si terranno a Belgrado

Da Berlino il presidente Chirac appoggia il progetto del premier Villepin e nella capitale i giovani attaccano la polizia. Sabato corteo antigovernativo

Marcello Foa

Non Belgrado, ma Mosca e poi di nuovo Belgrado. La capitale russa alla fine si è rivelata solo l’ultimo bluff. Nel giorno in cui il governo Kostunica annunciava il via libera ai funerali di Milosevic in Serbia, il figlio Marko in un primo momento aveva puntato i piedi: ritenendo non sufficienti le garanzie della Corte d’appello, che ieri aveva sospeso il mandato di cattura emesso tre anni fa contro la vedova di Slobodan, Mira, proprio per permetterle di assistere alle esequie in patria. Il primogenito di Slobodan non si fidava: alla madre che dovrà comunque presentarsi in tribunale verrà confiscato il passaporto. Ed è questo il dettaglio che aveva insospettito sia lui sia i dirigenti dell’ex partito comunista, ora socialista; i fedelissimi di Slobodan con cui la famiglia è in contatto. Non è chiaro alla fine quali assicurazioni le autorità serbe abbiano fornito per convincere la famiglia. Solo in tarda serata Marko infatti ha dichiarato che le esequie si sarebbero comunque svolte in patria. Le spoglie dell’ex presidente - che ieri sono state trasferite dall’Istituto forense olandese alla camera ardente dell'aeroporto di Schiphol ad Amsterdam - verranno imbarcate su un volo diretto a Belgrado.
Di certo ieri i familiari non avevano ancora deciso il luogo dell’inumazione in Serbia.
Tre le possibilità: la città natale di Pozarevac, a 70 chilometri di Belgrado; la capitale ma non nel «Viale dei Grandi», dove vengono sepolti gli eroi nazionali e che il sindaco ha precluso all’ex presidente o il Montenegro, dove vive la figlia Marija e dove è tumulato il nonno.
Anche da morto Milosevic mette in subbuglio gli equilibri politici del proprio Paese. La crisi politica sembra imminente; è improbabile, infatti, che, a questo punto, gli ex comunisti confermino l’appoggio esterno al governo di Kostunica, che senza il loro appoggio finirebbe in minoranza. Tomislav Nikolic, capo del potente partito dell’estrema destra radicale, è già pronto ad approfittarne. Si profila un nuovo governo o forse, nuove elezioni.
Intanto al Tribunale penale internazionale dell’Aia sono bastati due minuti per chiudere un processo che in fase istruttoria è durato quattro anni e un mese, pari a 466 ore di udienze, con 295 testimoni e la presentazione di circa 5.000 documenti. «Siamo dispiaciuti per la morte di Milosevic e ci dispiace anche che il suo decesso privi lui, così come le altre parti coinvolte nel processo di un giudizio sulle accuse pendenti», dichiara in aula il presidente della Corte Patrick Robinson. Davanti a lui una sedia vuota, quella del «boia del Balcani». Mancavano poco più di tre mesi alla sentenza, prevista entro la fine del mese di giugno: nessuno la pronuncerà mai. Restano gli atti, che potrebbero essere usati nei procedimenti contro altri imputati per crimini di guerra nell’ex Jugoslavia. Quegli imputati che ieri hanno fatto pubblicare un necrologio su due giornali di Belgrado: «Rendiamo l’ultimo saluto al nostro compagno combattente», si legge nell’annuncio firmato da tutti i 28 detenuti serbi e, a sorpresa, anche da due macedoni e da quattro croati, tra cui il generale croato Ante Gotovina, arrestato di recente con l'accusa di aver promosso la contropulizia etnica in Croazia e protagonista nel 1995 dell'offensiva che portò alla cacciata definitiva dal suo paese delle forze legate a Milosevic.
All’Aia rimane aperto un solo fascicolo intestato a Slobodan, quello sulla sua morte. I risultati degli esami tossicologici, che dovrebbero appurare se l’infarto miocardico sia stato provocato da farmaci diversi quelli prescritti contro l’ipertensione, continuano a tardare. Non arriveranno prima di una settimana, forse addirittura due, quando verrà chiusa l’indagine, disposta dal presidente del Tribunale l’italiano Fausto Pocar per scoprire, tra l’altro, come sia stato possibile aggirare i controlli e portare nella cella un antibiotico contro la lebbra e la tubercolosi, la Rifampicina, la cui presenza è stata riscontrata nel sangue dell’imputato sia in gennaio sia due settimane prima del suo decesso.