Il Risorgimento non è leghista

Pensavo fosse una buona idea quella di porre a confronto tesi opposte sul Risorgimento e sul Regno borbonico; idea suggerita sia dal crescere d’un revisionismo che dipinge l’Unità d’Italia a tinte molto fosche, sia dalla pubblicazione d’un saggio di Marcello Veneziani e d’un piccolo pamphlet antirisorgimentale di Felice Simonelli. In coerenza con questo disegno m’ero assunto - da vecchio estimatore dei Padri della Patria - il compito di difenderne la memoria. Lasciando al bravo collega Rino Cammilleri il compito di sostenere che i garibaldini e i piemontesi stesero sul sud «un tetro sudario».

Mi pareva un’impostazione equilibrata. Invece mal me n’è incolto. Non un solo «nordista» ha protestato per la demolizione delle memorie o dei miti risorgimentali. Ma su di me s’è abbattuta una caterva di lettere «sudiste» indignate: alcune tenute entro i limiti della buona creanza, altre insultanti. In più d’una mi si dà - tanto per cominciare - dell’ignorante: perché ho scritto Borboni e non Borbone. È legittimo preferire la dizione «Borbone». Ma avendo quella dinastia carattere multinazionale (i Bourbons in Francia, i Borbones in Spagna) il plurale è del tutto appropriato. Alla parola «borbonico» il Devoto-Oli annota: «Dei Borboni, famiglia reale francese che regnò, attraverso i vari rami, su diversi stati europei». I compilatori del dizionario appartenevano di sicuro alla vil razza dannata dei risorgimentalisti perché hanno aggiunto: «Con particolare riferimento ai Borboni del Regno di Napoli e al loro sistema di governo retrogrado, retrivo, reazionario».

Dunque ho preso un brutto avvio grammaticale. Peggio ancora il seguito. Avendo io espresso dubbi sulle caratteristiche aperte d’un Regno che Gladstone - probabilmente prevenuto, i lettori infuriati richiamano in servizio termini come «la perfida Albione» - definì «la negazione di Dio», debbo essere mandato alla gogna. Si insiste - posso osservare che l’argomento polemico non è della massima eleganza? - sulla mia età sicuramente molto avanzata. Così lasciando intendere che i concetti da me enunciati derivano da rimbambimento senile. «Mandatelo in pensione quel Cervi» esorta l’amabile Caterina Ossi. Perché «tenendolo perderete tutte le persone per bene che credono nella forza della verità e del diritto».

Confesso, a questo punto, d’essere sgomento. Sembra, scorrendo questi scritti - in alcuni c’è qualche attestazione di stima per me, ringrazio -, che il voler presentare gli opposti aspetti di una questione controversa sia non solo temerario, ma abietto. Abietto perché - questo emerge dalle requisitorie che mi hanno investito - esiste una sola fulgente verità, quella d’un Regno del Sud prospero e felice, e ogni altro punto di vista non può essere dettato che da malafede o da impreparazione culturale. Ho avanzato sommessamente un interrogativo: il dominio austriaco nel Lombardo-Veneto vi ha lasciato, per unanime riconoscimento, un’eredità di buona amministrazione, di civismo, di rispetto delle leggi. Cosa ha lasciato di positivo il regno borbonico al Meridione d’Italia? Risponde Ubaldo Sterlicchio: «Il lascito ricevuto dal Meridione in eredità dalla struttura statale e dalle leggi su cui si reggeva il regno borbonico consiste nella consapevolezza di noi meridionali di essere gli eredi e i discendenti di un popolo civile, laborioso e pacifico». Debbo dire che la risposta non mi sembra molto convincente, e che le cronache del Regno Borbonico, così come le cronache del Sud odierno - ma anche quelle del Nord - non confortano questo quadro idilliaco.

Tra l’altro i miei accusatori m’imputano la colpa grave d’essere leghista. Inutile spiegare che non lo sono; e che essere risorgimentali - come lo fu Indro Montanelli - significa proprio essere l’opposto dei leghisti: ossia credere nel valore d’una Unità che ebbe ombre anche fonde, ma che aggiunse la penisola ai grandi Paesi d’Europa. Concludeva il mio articolo che tanta ira ha suscitato con le parole seguenti: «Senza che con questo io voglia negare gli errori, le ipocrisie, le brutalità e a volte le atrocità che contrassegnarono il processo unitario». Ma non basta riconoscere che l’Unità ebbe anche questi aspetti deteriori. Bisogna associarsi, per essere assolti, a chi esalta un regno borbonico che esaltando il binomio trono e altare esaltava anche la libertà. Un po’ troppo.