Risorgimento «oscurato» dalla Chiesa

La presenza papale nelle giornate della gioventù di Colonia mi ha toccato profondamente. Provo una simpatia istintiva per Benedetto XVI, per il suo gestire sobrio, per l’umiltà quasi timida con cui enuncia le sue certezze, per la fiammella d’ingenuità infantile che vediamo brillare sul suo volto d’anziano. È stato consolante vedere la folla di ragazzi e ragazze che ha acclamato il Papa, che ha pregato con il Papa. S’usa dire adesso - con un fondo di verità - che le piazze sono piene e le chiese vuote. Ma questa Europa che anche nel cristianesimo affonda le sue radici dà prova solenne della sua identità, mai come ora minacciata, proprio nelle piazze piene. Le riempiva, con il suo straordinario e magniloquente carisma, Giovanni Paolo II, le riempie ancora, con il suo carisma sommesso, Benedetto XVI. Non temo derive confessionali per il moderno ruolo della Chiesa, potente baluardo delle nostre libertà. Temo, semmai, qualcos’altro: che cioè la riconfermata forza e autorità della Chiesa universale diventi lo strumento e il pretesto - soprattutto in Italia - per piccole rivincite storiche e politiche, per un revisionismo - a mio avviso di bassa lega - che vuol ribaltare alcune consolidate verità riguardanti le vicende patrie. Intendiamoci, il revisionismo è da accogliere con grande favore, nel mio piccolo ne sono stato fervido assertore. Ma qui si tratta d’una inversione di rotta, molto imperfettamente motivata, sulla quale non posso essere d’accordo. Per dirlo in breve. Il riconoscimento - cui m’associo di tutto cuore - dell’importanza e dei meriti che la religione cattolica ha avuto ed ha diventa, per effetto del citato revisionismo, demolizione del Risorgimento, glorificazione dei Borboni, riabilitazione dello Stato pontificio, apprezzamento per il Sillabo, elogio di padre Bresciani e d’altri invasati predicatori antiunitari. Lo tsunami devastatore colpisce, innanzitutto, la Rivoluzione francese, ridotta ad orgia sanguinaria: e distrugge poi ciò che alla Rivoluzione francese può essere collegato, incluso, se vogliamo, il tricolore italiano. Non vorrei essere frainteso. So quanto di spietato e di repressivo vi sia stato negli avvenimenti seguiti alla caduta della Bastiglia, e anche nell’epopea napoleonica. So egualmente quanti e quanto gravi siano stati i risvolti biasimevoli, e a volte abbietti, di quella stagione storica che ebbe nome Risorgimento. I suoi atti furono perfino, in determinate circostanze, efferati, i suoi protagonisti furono sempre discordi, e alcuni - come Vittorio Emanuele II - anche mediocri (su di loro furono rovesciati da Pio IX, che usava armi religiose per fini politici, anatemi e scomuniche in quantità industriale). Dall’altra parte stava tuttavia un regime borbonico che Gladstone bollò come vergogna d’Europa, stava il governo pontificio che Massimo d’Azeglio fustigò per i casi di Romagna. Tra errori e miserie politiche, morali e militari l’unità d’Italia fu miracolosamente realizzata. Lo fu contro la Chiesa e nonostante la Chiesa. È questo secondo me il dato fondamentale della nascita del nostro Stato: dato che molti pretendono di minimizzare, o svuotare di significato. L’anticlericalismo m’infastidisce, ho in uggia le polemiche sul silenzio di Pio XII per la persecuzione antiebraica di Hitler. Lo deplora in ritardo, quel silenzio, chi non era rifugiato nei palazzi apostolici durante l’occupazione nazista: perché se Eugenio Pacelli avesse compiuto il beau geste la cui mancanza ora gli si rinfaccia, i palazzi della Santa Sede sarebbero stati invasi, e quei rifugiati mandati a morire nei lager. Egualmente infondate - anzi stupide o in mala fede - mi parvero le polemiche per l’intromissione della Chiesa nella campagna elettorale del 18 aprile 1948, con la valanga democristiana: che aveva come alternativa la vittoria d’una sinistra che adorava Stalin, buon padre dei popoli. Sono stato con la Chiesa, nelle circostanze citate. Ma sono stato e sto con il Risorgimento.