«Risparmi» sui farmaci ma restano gli sprechi

Chi ha provato almeno una volta a chiamare in redazione, lo sa. A chi non l’ha mai fatto, lo racconto io. Nei limiti del possibile e dell’umano - numero di cornette e di orecchie disponibili - cerco di rispondere personalmente a tutte le telefonate dei lettori. A volte, il tutto dà vita a scene patetiche, con il tentativo di rispondere contemporaneamente a tre o quattro chiamate e il telefono con le lucine che mettono in attesa le telefonate che lampeggiano come un semaforo impazzito.
Lo confesso: è una specie di droga, soprattutto perchè aiuta moltissimo a conoscervi e a conoscerci e perchè - cosa di cui non vi sarò mai abbastanza grato - siete proprio voi i nostri migliori redattori. O scrivendo direttamente, o segnalandoci i casi e i problemi di cui ci occupiamo su queste pagine. Personalmente, penso che solo questo sia il futuro possibile dei giornali: trasformarsi in un grande strumento di dibattito e di confronto, quasi un simposio di persone che condividono idee, tensioni e passioni e che vogliono metterle a disposizione di tutti. Sperando che possano servire per un mondo migliore o, più minimalisticamente, una città o una strada o un giardino pubblico, migliori.
Fra tutte queste telefonate, molto raramente ci sono quelle dei potenti della città. Quasi mai, quelle degli industriali. Non perchè non ci sia rispetto o stima, per carità, ma perchè noi per scelta abbiamo deciso di parlare alla (e della) città che sta fuori dai palazzi e non a (e di) quella che sta dentro. E lo facciamo anche quando affrontiamo argomenti che riguardano da vicino il Palazzo: ad esempio, la nomina del nuovo presidente di Confindustria Genova. Un tema a cui abbiamo dato e daremo spazio per le ripercussioni che può avere sullo sviluppo, sul futuro e sull’occupazione. Cose che si toccano con mano tutti i giorni, non giochi di potere.
Sta di fatto che, dopo aver scritto il mio impietoso giudizio sulla presidenza omeopatica di Marco Bisagno, stavolta, ho ricevuto le telefonate di molti imprenditori. Alcuni condividevano in toto la necessità di una svolta; altri, facevano notare di come fosse sbagliato che la presidenza di Confindustria fosse decisa da poche persone e soprattutto di come non si possa prescindere dall’analisi delle necessità del mondo che gravita attorno al porto. Che è e resta il maggior volano di sviluppo per la città.
Soprattutto, bisogna considerare che - al di là del lavoro dei tre saggi - il presidente lo scelgono gli associati di Confindustria. Un magma a volte incandescente, a volte spento, che comprende realtà diversissime tra loro: da quelle dei terminalisti al mondo di Fincantieri e della galassia Finmeccanica, che hanno un’importanza strategica e decisiva per l’impresa genovese. Ma anche i certificatori del Rina o la Costa, fino all’Acquario, tanto per dire alcuni dei settori di eccellenza delle imprese nella nostra città.
Fra l’altro, ci tengo moltissimo a precisare che, da parte nostra, non abbiamo assolutamente nulla contro Marco Bisagno. Non ne abbiamo nemmeno mai avuto motivo, vista la rarità dei suoi interventi pubblici. Quello che ci piacerebbe, però, è che - sia il presidente uscente sia coloro che si candidano per prenderne il posto - ci raccontino il loro modello di sviluppo, la loro idea di impresa e soprattutto la loro idea di impresa a Genova.
Carte in tavola, prima che il banco salti.