Risparmio, la ricetta Fials

Antonella Aldrighetti

Somiglia al cosiddetto pozzo di San Patrizio quel cilindro dal quale ogni giorno, a turno, qualche esponente della maggioranza politica regionale o della società civile tira fuori nuove proposte per farcire il piano «provvisorio» per il rientro del deficit sanitario. Peccato che tutte le proposte suggerite abbiano un denominatore tanto comune quanto sgradito: ovvero, nuove gabelle sull’assistenza indiretta.
Già. Quasi non bastasse l’ormai certo incremento sull’Irap, a partire dalla rata d’acconto di luglio, a salassare i cittadini del Lazio. No, non basta. Per cui ci si rivolge alle tasse «occulte» sulla diagnostica per immagini imponendo la monoprescrizione, prospettando il ticket al ricovero e pure un altro ticket per l’accesso al pronto soccorso.
Per fortuna c’è qualcuno che almeno tenta di interrompere l’«operazione salasso sanitario» con proposte di risanamento di altra natura: quella della Fials-Confsal si può riassumere con il detto popolare «due piccioni con una fava». Ossia reinternalizzare i servizi sanitari gestiti dalle cooperative sociali e stabilizzare il personale che vi lavora. Questo tanto elementare quanto limpido intervento, a sentire il sindacato autonomo, produrrebbe immediatamente un ripiano del deficit «con i primi effetti progressivi già a gennaio 2007 per almeno 125milioni di euro», come puntualizza il segretario regionale Gianni Romano che invita la giunta Marrazzo a farsi i canonici «due conti» su quanto costa alle finanze laziali l’esternalizzazione dei servizi sanitari gestiti da cooperative e associazioni di volontariato.
Ma da dove partire? «Per ottenere i primi risultati - spiega il sindacalista - si stimano le risorse necessarie alla gestione del personale socio-sanitario, escludendo quindi tutti i servizi appaltati all’esterno che non riguardano l’assistenza, e poi si passa al concreto. Un esempio per tutti: a proposito della spesa oraria del personale in affitto viene fuori che un Ota (Operatore tecnico assistenziale, ndr) costa il 32,58 per cento in più rispetto a un dipendente di uguale qualifica assunto direttamente dell’Asl o dall’azienda ospedaliera: 4,47 euro all’ora in più. E un infermiere generico fornito dalle coop costa 3,60 euro in più, pari al 24,65 per cento in più, di un pari grado internalizzato. Il risparmio si produce pure quando si trattano figure professionali di livello più elevato: un infermiere professionale affittato alle coop costa, ogni ora, il 27,32 per cento in più rispetto a un suo collega inquadrato nei livelli contrattuali del Servizio sanitario regionale: ossia 4,26 euro in più». E allora se si reinternalizza il servizio si risparmia da subito? «Via via che scadono i contratti con le cooperative si produce il risparmio. Infatti - incalza Gianni Romano - su un turn over di 15mila di aziende sanitarie, ospedaliere, Irccs, policlinici universitari, ambulatori, case famiglia, residenze sanitarie per anziani e centri di riabilitazione per disabili viene fuori che soltanto ricollocando questo stesso personale nell’alveo regionale si produrrebbe un risparmio netto e immediato di 125.517.600 euro». Chissà se la giunta ulivista di Piero Marrazzo troverà il tempo e la volontà di prendere in esame la proposta, che permetterebbe anche di sanare le situazioni di precariato che nel Lazio ancora imperversano.
Ma forse l’ex teleconduttore preferisce risparmiare imponendo il ticket sulle degenze ospedaliere e sugli accessi al pronto soccorso. E minando in questo modo le basi dei livelli essenziali d’assistenza della nostra sanità.