Per rispettare Kyoto serve il nucleare

Senza entrare nel merito delle premesse che hanno portato alla formulazione e successiva sottoscrizione del protocollo di Kyoto né della sua efficacia rispetto agli obiettivi che esso si è posto (su entrambe le cose abbiamo ampie riserve), riteniamo doveroso avanzare le considerazioni che seguono, visto che con quella sottoscrizione l’Italia s’è impegnata a ridurre le proprie emissioni del 6,5% rispetto ai valori del 1990 e visto che l’attuale governo ha, sul da farsi, idee poche, confuse e, purtroppo, pericolosamente fisse.
Un terzo delle emissioni totali di CO2 viene dal settore della produzione d’energia elettrica, il quale meglio si presta a contribuire al raggiungimento degli obiettivi del protocollo, per cui bisognerebbe sostituire almeno il 20% della nostra produzione elettrica con tecnologie che non immettono CO2. Queste sono di due classi: da fonte nucleare e da fonte solare. Posto che un incremento significativo della fonte idroelettrica è inibito dalla disponibilità, nel nostro Paese è sostanzialmente satura, di bacini; e posto che, anche se si fantasticasse di impegnare l’intero territorio boschivo italiano e - con agricoltura dedicata alla produzione di legna da ardere - tutta la superficie agricola utile non già impegnata in altre attività agricole, non si riuscirebbe a coprire neanche il 10% del nostro fabbisogno di energia elettrica. Posto quanto sopra, vediamo come potremmo produrre il 20% del nostro fabbisogno elettrico (e soddisfare così i vincoli di Kyoto) con le tecnologie che rimangono: nucleare, eolica, fotovoltaica.
Potremmo: spendere 20 miliardi e installare 6 reattori nucleari da 1600 megawatt (mw), del tipo, per intenderci, di quelli che si stanno attualmente installando in Finlandia o in Francia; spendere 50 miliardi e installare 50.000 turbine da 1 mw ciascuna; spendere 500 miliardi e installare quanto basta in pannelli fotovoltaici.
Corre l’obbligo di osservare che la scelta dell’opzione 2 o 3 o di qualunque loro combinazione non esclude la necessità di installare comunque almeno 5 dei 6 reattori nucleari previsti nella prima opzione, che devono esserci, pronti a partire, ogni qual volta non soffia il vento o non brilla il sole. Osservazione, questa, che significa che ogni impegno economico su eolico o fotovoltaico va confrontato col solo risparmio di combustibile dagli impianti convenzionali. Eseguendo i calcoli, si scopre che dopo 25 anni (il tempo massimo di vita degli impianti eolici o fotovoltaici) si sarebbero, sì, risparmiati 4 miliardi di euri in combustibile nucleare, ma a fronte di una spesa compresa fra 50 e 500 miliardi (il valore esatto dipende dal rapporto relativo di eolico e fotovoltaico nella combinazione dei due).
Insomma, eolico e fotovoltaico non sono altro che nicchie energeticamente infime, come - in sede di recente audizione al Senato - ha avvertito anche Carlo Rubbia; ma sono pure impegni economicamente colossali, cosa che il professor Rubbia ha accortamente omesso di avvertire. Un’omissione per cui Pecoraro Scanio e Bersani si sentiranno autorizzati a procedere con l’idea fissa delle opzioni 2 e 3, ignorando la prima, e a ricompensare Rubbia permettendogli di giocare col suo giocattolo preferito del momento.
Cosa accadrà? Accadrà che fra tre anni ci saremo accorti di non aver onorato neanche l’1% degli impegni di Kyoto e di dover pagare le conseguenti salatissime multe. Ma ci saremo anche accorti di aver speso una cifra superiore a quella che, se investita nel nucleare, ci avrebbe fatto, al 100%, onorare quegli impegni ed evitare quelle multe.