Rispetto il referendum e non voto

Anch'io sono tra coloro che domenica prossima non si recheranno a votare per il referendum sulla fecondazione assistita. Vorrei chiarire i motivi della mia scelta. Alcuni sono - lo riconosco - poco nobili e dimostrano una scarsa sensibilità sociale oltre a una inveterata vocazione reazionaria. Mi ritengo un individualista liberale, con una base di robusto conservatorismo, un pizzico di sano egoismo, un bagaglio di vecchi pregiudizi e una spruzzata di corroborante anarchismo. Non mi va di essere costretto a dover scegliere in campi che non mi toccano direttamente, che non sento miei, che non riescono ad appassionarmi.
E vengo al caso specifico del referendum in questione.
In primo luogo, ho un istintivo disinteresse (non sono capace di celarlo) per l'oggetto di questa consultazione. Il fatto che essa tocchi questioni di natura morale me ne allontana ancora di più. L'etica non può essere messa ai voti. Preferisco, in tale campo, uniformarmi alle indicazioni dei vescovi e del pontefice, che ne sanno certamente più di me.
In secondo luogo, non ritengo che questo referendum riguardi, come pure è stato detto, la conquista di nuovi spazi di libertà. La libertà non si conquista per legge. La legge, semmai, serve a regolamentarla e a garantire i limiti oltre i quali la libertà diventa licenza e arbitrio.
In terzo luogo, ho una profonda diffidenza per i «compagni di strada» con i quali mi ritroverei se dovessi andare alle urne: rifondaroli, comunisti italiani, ex comunisti e via dicendo. Sono convinto (sarà, pure, una forma di vieto reazionarismo, ma non posso farci nulla) che con una compagnia del genere non è possibile condurre battaglie di libertà o in difesa della libertà. La libertà, qualunque tipo di libertà, non è nel loro Dna. E la libertà è un bene troppo prezioso per affidarlo alla tutela di certa gente.
Ho lasciato da parte i radicali, fra i quali conto qualche simpatico amico, ma che non vorrei avere mai come compagni in qualche iniziativa politica perché li considero elemento di destabilizzazione del sistema. Anche quando portano avanti tesi giuste e condivisibili essi lo fanno con lo spirito e le movenze guittesche di una folcloristica e astiosa armata Brancaleone, che ha in uggia regole, buone maniere, comportamenti tradizionali. Li considero, insomma, questi radicali, dei divertenti (di volta in volta gradevoli o irritanti) commedianti nel teatrino di Montecitorio e dintorni, ma dei pericolosi attori politici. Sono una vera e propria lue della politica italiana, se non per altro almeno per il fatto che le loro armi preferite sono il ricatto morale, la spregiudicatezza nei principi e la furbizia, gabellate per arte della trattativa e per realismo.
Questi, se vogliamo, sono i motivi poco nobili o «epidermici» della mia astensione dal voto. Ce n'è, però, un altro di motivo, che considero, invece, molto serio e sul quale non mi sembra si sia riflettuto abbastanza.
Io sono un convinto sostenitore del referendum come istituto (e non già perché, lo dico per inciso, la nostra Repubblica sia nata da un referendum, quello istituzionale, del quale e delle sue conseguenze avrei fatto volentieri a meno). Ma, proprio per il fatto di avere grande stima e rispetto dell'istituto referendario sono convinto che l'unico modo per valorizzarlo sia quello di non andare a votare. Mi spiego meglio.
L'istituto referendario venne introdotto nel 1970 con la legge 352 nel clima infuocato delle polemiche che accompagnarono l'approvazione della legislazione sul divorzio. Esso, secondo il dettato legislativo, ha il carattere di referendum abrogativo. Ciò significa che il referendum è stato pensato come una specie di istituto di garanzia, verifica e controllo nei confronti delle scelte legislative del Parlamento: se una legge non va bene, è opportuno che sia consultato il popolo.
In questo quadro, lo rilevo per inciso, appaiono artificiali, speciose e dettate da motivi politici più che giuridici, le condanne all'astensionismo, morali e no, mentre sono risibili le accuse di «antidemocraticità» mosse al Presidente del Senato per essersi espresso a favore dell'astensione laddove la Costituzione sancisce il diritto-dovere del voto. Va, infatti, rilevato che diverse sono la fattispecie del voto per la formazione del Parlamento e quella, invece, referendaria. Va anche rilevata, sempre per inciso, l'inconsistenza di un'altra argomentazione, quella che parla di carattere «diseducativo» dell'appello all'astensione perché allontanerebbe gli italiani dalla politica. È inconsistente, questa argomentazione, dal momento che la scelta astensionistica in sede referendaria, dovendo influire sulla validità o meno del referendum e quindi sul risultato dello stesso, è già di per sé una scelta politica.
Ma torniamo al discorso sull'istituto. Gli italiani accolsero con favore e con entusiasmo l'introduzione del referendum abrogativo nell'ordinamento giuridico del Paese, tanto che la prima consultazione referendaria, quella del 1974 sul divorzio, fece registrare una percentuale di affluenza alle urne davvero eccezionale (87,70%) con un risultato che aveva preciso significato politico e testimoniava l'ampiezza del processo di secolarizzazione della società.
Quel livello di partecipazione non venne più raggiunto e - a parte pochi picchi (che peraltro non hanno nemmeno sfiorato l'80%) nelle consultazioni del 1981, 1985 e 1991 (in particolare per i quesiti sull'ordine pubblico e sulla preferenza unica) - l'affluenza alle urne è andata costantemente, o quasi, riducendosi.
Disaffezione degli italiani per l'istituto referendario? Può anche darsi, ma tale disaffezione (se disaffezione è) ha cause precise che vanno pure individuate e denunciate: l'arroganza della classe politica che ha disatteso in più casi e circostanze (o ha furbescamente aggirato) le indicazioni di alcuni referendum; la trasformazione del referendum abrogativo in vero e proprio strumento di produzione legislativa in via surrettizia; l'abuso generalizzato dello strumento referendario; la scarsa chiarezza lessicale dei quesiti e via dicendo.
Tutto ciò ha comportato il discredito dell'istituto. Sono convinto che l'astensione nella consultazione di domenica sia necessaria per richiamare ulteriormente l'attenzione sulla urgenza di intervenire sull'istituto del referendum, che, allo stato attuale, non solo non risponde più alle finalità originarie ma non appare neppure più utilizzabile come strumento di effettivo controllo sulla politica e come cinghia di trasmissione della volontà popolare.